Parlamento Uk

Negli ultimi giorni sono successe un po’ di cose importanti sul fronte Brexit, che in estrema sintesi possiamo raccontare così: il Parlamento ha tolto al Governo il controllo del dibattito e ha fatto delle proposte sue su come realizzare la Brexit, poi le ha bocciate tutte. Nel frattempo, Theresa May ha detto che se i parlamentari si decideranno a votare il suo piano (già bocciato due volte) allora darà le dimissioni, lasciando il posto a un nuovo Primo Ministro.

Cominciamo da lunedì.

La rivolta del Parlamento

Nel sistema del Regno Unito, tendenzialmente il Governo ha il controllo del dibattito parlamentare. Anche per quel che riguarda la Brexit, il Parlamento di Westminster è sempre stato chiamato a esprimersi su proposte elaborate dal Governo.

Lunedì, il deputato conservatore Oliver Letwin ha presentato un emendamento in cui veniva proposto di invertire la procedura. Sarebbe stato il Parlamento a proporre e poi votare possibili soluzioni alla Brexit. L’emendamento di Letwin è stato approvato con 329 voti a favore e 302 contrari.

I voti espressi dal Parlamento, però, non sarebbero stati vincolanti, ma solo “indicativi”. Significa che il Governo non sarebbe stato costretto ad accettare il verdetto del Parlamento, nel caso fosse emersa una maggioranza. Quindi, anche se la maggioranza dei parlamentari avesse votato per uscire dall’Unione europea senza accordo o per indire un secondo referendum, la scelta non sarebbe entrata in vigore. Con questo processo, si sperava soltanto di verificare se esistesse una maggioranza parlamentare su almeno una possibile soluzione.

Com’è andata?

Gli otto no di Westminster

Martedì e mercoledì ci sono stati i dibattiti parlamentari su quali misure votare. Mercoledì, lo speaker della Camera John Bercow (colui che dirige i lavori parlamentari, l’equivalente del nostro Presidente della Camera) ha scelto otto proposte tra quelle presentate dai parlamentari.

Le otto proposte selezionate sono poi state votate mercoledì sera e una dopo l’altra sono state bocciate tutte. La sintesi la fa il quotidiano inglese The Guardian, nella prima pagina di oggi:

Quali sono state le otto proposte bocciate dal Parlamento? Queste:

  1. Emendamento B (i 16 emendamenti originari erano segnati da lettere, dalla A alla P): uscire dall’Unione europea senza alcun tipo di accordo (no deal). Bocciato con 400 no e 160 si;
  2. Em. D: “soluzione Norvegia plus”, cioè rimanere nell’European Economic Area (Eea) e nella European Free Trade Association (Efta), con un accordo complessivo sugli scambi commerciali. Bocciato con 283 no e 188 si;
  3. Em. H: rimanere nell’Eea e nell’Efta ma senza l’accordo complessivo sugli scambi. Bocciato con 377 no e 65 si;
  4. Em J: mantenere il Regno Unito nell’unione doganale europea. Questa proposta (avanzata dal conservatore Ken Clarke) è stata quella andata più vicina all’approvazione. Bocciato con 272 no e 264 si;
  5. Em. K: proposta del Partito laburista (il più grosso partito d’opposizione, di sinistra) di mantenere il Regno Unito nell’unione doganale e fortemente allineato al mercato comune europeo. Bocciato con 307 no e 237 si;
  6. Em. L: proposto dal Partito Nazionalista Scozzese, che voleva un voto del Parlamento per rievocare l’applicazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona (con possibilità quindi di annullare in toto la Brexit) nel caso non si fosse giunti a una soluzione entro due giorni dal 12 aprile, la nuova scadenza indicata dall’Unione europea per evitare un’uscita senza accordo. Bocciato con 293 e 184 si;
  7. Em. M: sottoporre qualsiasi decisione venga presa dal Parlamento a un secondo referendum, proposta di due deputati laburisti. Bocciato con 295 no e 268 si;
  8. Em. O: mantenere il Regno Unito fortemente legato all’Unione europea, con accordi commerciali molto vincolanti. Bocciato con 422 no e 139 si.

Come si può vedere, cinque di queste proposte (D,H,J,K e O) prefiguravano una Brexit in qualche modo “soft”, cioè che prevedesse il mantenimento di forte relazioni economiche e commerciali con l’Unione europea, due un qualche processo che potesse rimettere in discussione l’intero procedimento (L, M) e l’ultima (B) che prevedeva il no deal, cioè l’uscita senza alcun tipo di accordo.

Il vero colpo di teatro della giornata di ieri, è stato però un altro.

La mossa di Theresa May

Anche se è stato bocciato, il no deal è lo scenario che si verificherà se entro il 12 aprile Londra non si deciderà sul da farsi. Questa era la condizione posta dall’Ue la settimana scorsa, quando aveva accordato un rinvio della Brexit oltre il 29 marzo, la data inizialmente prevista.

Per evitare l’uscita il 13 aprile e senza nessun tipo di accordo, il Parlamento dovrà dire si al piano May tra oggi e domani, oppure trovare una soluzione alternativa entro quella data. Altrimenti, sarà no deal. Ci eravamo arrivati così, a questa situazione:

Ora, il problema è che il piano di Theresa May è già stato bocciato due volte dal Parlamento britannico, il 15 gennaio e il 12 marzo e fino a ieri non sembrava avesse molte possibilità di farlo approvare. Fino a ieri, però, perché quando May ha promesso che, in caso di approvazione del suo piano, si dimetterà da Primo Ministro, si è aperta tutta un’altra partita.

A quel punto, infatti, diversi membri del Partito conservatore che fino a oggi avevano sempre votato contro l’accordo di May (come l’ex ministro degli esteri Boris Johnson) hanno dichiarato di aver cambiato idea.

Questo improvviso voltafaccia si può leggere in due modi. Primo: la semplice lotta di potere. Dopo le dimissioni di May, infatti, il nuovo Primo Ministro verrebbe scelto all’interno del Partito Conservatore, quindi Johnson e altri, approvando l’accordo, avrebbero la possibilità di diventare loro stessi la nuova guida del Governo di Londra. Secondo: la paura che la Brexit salti. Non si può escludere infatti che si formi una maggioranza alternativa, tra laburisti e conservatori moderati, a sostegno di una qualche forma di Brexit “soft”.

Anche se i conservatori euroscettici potrebbero convincersi ad appoggiare il piano May, non è detto faccia lo stesso il partito dei protestanti nordirlandesi (Dup), che appoggia la maggioranza ed è contrario all’accordo raggiunto da May sul confine irlandese.

L’accordo May prevede infatti che, a meno che non si raggiungano altre soluzioni, si mantenga un confine aperto tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, anche in caso di no deal. Questa soluzione, dicono gli unionisti nordirlandesi, lascerebbe Belfast “imprigionata” in Europa, più vicina all’Irlanda (e gli unionisti, storicamente fedeli a Londra, temono questo possa aprire la strada a una futura riunificazione dell’isola irlandese) e a Bruxelles e di fatto staccata dal resto del Regno Unito.

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Classe 1992, genovese emigrato a Milano, giornalista praticante ed eterno studente. Appassionato di politica più di quanto sia sano esserlo, su questo blog cerco di raccontarla per come la capisco io.

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