Weber

Manfred Weber è il candidato del Partito popolare europeo a diventare presidente della Commissione europea, ruolo attualmente ricoperto da Jean Claude Juncker. Il Partito popolare europeo (Ppe) è il contenitore che rinchiude molti partiti di centrodestra dei vari Paesi europei, come Forza Italia, il Partito popolare spagnolo, la Cdu tedesca (Merkel, per capirci) eccetera.

Negli scorsi mesi, era stata ventilata l’ipotesi che dopo le elezioni europee del prossimo maggio il Ppe potesse allearsi con il gruppo dei partiti cosiddetti “sovranisti” come la Lega di Salvini, il Front National francese e gli altri, e spartirsi con loro la scelta di molti ruoli europei importanti come i membri della Commissione, compreso il Presidente.

Un ripasso

In un’intervista a Repubblica pubblicata lo scorso sabato, Weber ha però escluso questa ipotesi e ha detto che se il Ppe sarà il gruppo più votato (cosa che i sondaggi sembrano indicare) cercherà un accordo con i socialisti, i liberali e i verdi.

Un accordo per fare cosa? Per capirlo meglio ripassare velocemente come funzionano le elezioni europee. Se siete esperti di cose europee e sapete già tutto, potete saltare il prossimo paragrafo.

Le elezioni per il Parlamento europeo, in breve

Le elezioni europee si terranno tra il 23 e il 26 maggio di quest’anno. In Italia si voterà domenica 26, ma i vari Paesi membri organizzeranno le elezioni in modo autonomo, scegliendo tra questi il giorno o i giorni in cui far votare gli elettori. Alle elezioni non voteremo direttamente per il presidente della Commissione, ma eleggeremo i membri del Parlamento europeo.

Il presidente della Commissione viene formalmente nominato dal Consiglio europeo, l’organo dei capi di Stato e di Governo degli Stati membri (mi raccomando, il Consiglio europeo, non il Consiglio dell’Unione europea). Con gli anni, però, si è imposta la consuetudine di legare la nomina del Presidente al risultato delle elezioni. Quindi, il Consiglio europeo nominerà qualcuno che sia supportato da una maggioranza parlamentare.

Dalle elezioni del 2014, i partiti europei più importanti hanno iniziato a indicare già dalle elezioni il proprio candidato alla carica di presidente della Commissione, il cosiddetto Spitzenkandidat.

Nel 2014 si erano anche organizzati dibattiti tra i candidati. Oltre ai quattro qui sopra, era candidato anche l’attuale premier greco Alexis Tzipras, per il gruppo della sinistra europea.

Se nessuno dei partiti europei riesce a ottenere la maggioranza, a quel punto dopo le elezioni cercherà di creare delle alleanze con altri gruppi. È successo nel 2014: il Ppe è arrivato primo, ma non aveva la maggioranza assoluta dei Parlamentari, quindi ha fatto un accordo con il gruppo dei Socialisti e Democratici (centrosinistra) e con l’Alde, il gruppo che riunisce partiti per lo più liberali, di centro o centrodestra. Per questo attualmente la Commissione europea è composta da popolari come il presidente Juncker, socialisti come Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione eletta con il Pd, e liberali, come la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager.

Nelle istituzioni europee, dunque, i partiti che formano la maggioranza si spartiscono le cariche, e quindi i posti da cui si decidono le politiche dell’Unione. Per fare un paragone è un po’ come succede in Italia quando i partiti che si accordano per formare il Governo si spartiscono i posti nei ministeri.

Un altro ripasso

E questa volta? Questa volta si era ventilata la possibilità di un’alleanza alternativa, non più formata da Ppe, socialisti e liberali, ma da Ppe e sovranisti. Sarebbe stata una circostanza inedita, con conseguenze politiche molto pesanti. Forse impossibile da attuare. Cerchiamo di capire perché.

Euroscettici che guidano l’Unione europea

Pur con tutte le differenze del caso, i principali partiti europei sono accomunati da un tratto fondamentale: credono nell’Unione europea. Questa unica caratteristica di base ha reso relativamente semplice per i popolari, i socialisti, i liberali spartirsi la guida politica dell’Unione nel corso degli anni.

Negli ultimi anni in praticamente tutti i Paesi europei sono nate forze politiche che sono state definite euroscettiche, perché appunto scettiche verso l’idea di un’Europa unita politicamente. Questi partiti sostenevano o l’uscita dall’Euro del proprio Paese (come la Lega di Salvini di qualche anno fa) o direttamente l’uscita dall’Unione, come ha fatto lo Ukip, che alle elezioni europee del 2014 è stato il partito più votato del Regno Unito, e che ha poi ottenuto il referendum sulla Brexit.

Oggi, questi partiti non sostengono più apertamente l’uscita dall’euro o dall’Unione, ma mantengono un atteggiamento fortemente polemico verso l’Unione europea, accusata di essere guidata da grigi burocrati lontani dalle esigenze del popolo. Nella loro retorica, ora sostengono la necessità di un forte cambiamento dell’Unione, ma dall’interno e senza lasciare la moneta unica.

Questa loro nuova postura li ha avvicinati al Partito popolare che, dal canto suo, in molte sue parti si è spostato a destra, assumendo un atteggiamento più deciso per esempio sul campo dell’immigrazione. Bisogna però stare attenti quando si parla del Ppe come un soggetto unico. In realtà, si tratta di un contenitore di partiti diversi tra loro, alcuni dei quali disponibili ad allearsi coi sovranisti e altri che lo sono molto meno.

Per esempio, nel Ppe c’è la Cdu, il partito di centrodestra tedesco fino a poco tempo fa guidato da Angela Merkel e contrario a ogni alleanza coi sovranisti-populisti, ma anche Fidesz, il partito del premier ungherese Viktor Orban, che invece è uno dei leader di riferimento del sovranismo europeo.

Il Ppe è dunque tante cose diverse e ha almeno due anime al proprio interno. Queste due anime si sono scontrate proprio su Orban: quella, diciamo così, “moderata” avrebbe voluto cacciarlo dal partito, perché la sua condotta non sarebbe in linea coi valori europei. Lo stesso Orban, d’altro canto, ha teorizzato la superiorità della “democrazia illiberale” su quella liberale, considerata un valore sacro della tradizione europea. Altri, nel Ppe, vedevano invece il Primo ministro ungherese come un possibile ponte di collegamento tra loro e i sovranisti.

La soluzione finale è stata un compromesso: pochi giorni fa Orban non è stato espulso ma “sospeso” dall’assemblea del Ppe.

Democrazia liberale e illiberale, un ripasso

A pochi giorni dalla sospensione è arrivata la chiusura di Weber all’alleanza coi sovranisti, di cui ho parlato a inizio articolo.

Mettere gli euroscettici alla guida dell’Unione europea provocherebbe probabilmente effetti politici dirompenti, forse non gestibili da parte di chi si definisce europeista. Se non probabilmente a costo di un radicale cambiamento, o degli stessi sovranisti o della politica europea, che però in molti nel Partito popolare come negli altri non sembrano disposti ad accettare.

Ma allora perché l’alleanza popolari-sovranisti era (o forse è) considerata uno scenario possibile? Fondamentalmente per due motivi:

  1. Perché c’è chi, nel centrodestra europeo, è effettivamente più vicino ai sovranisti che ai socialisti, che sono pur sempre di fede politica opposta. Non si tratta solo di Orban, ma anche di altri partiti dell’est europa e di altri ancora che si sono spostati “a destra” più di recente, come i popolari spagnoli, che governano con l’estrema destra in Andalusia. Anche Silvio Berlusconi recentemente si è pronunciato a favore di un’intesa coi sovranisti, e d’altronde la sua storia politica vanta una lunga tradizione di collaborazione con forze sovraniste come la Lega o Fratelli D’Italia;
  2. Perché c’è il timore che i socialisti possano crollare elettoralmente, e che un’alleanza coi sovranisti sia più conveniente dal punto di vista dei numeri. Un timore parzialmente frugato dai primi sondaggi, che sembrano indicare una forte crescita dei sovranisti ma non un loro sfondamento.

A due mesi dalle elezioni, il quadro è comunque ancora piuttosto confuso. Intanto perché i sovranisti non hanno mai formato un gruppo europeo unico. Attualmente, per esempio, la Lega e il Front National sono nel gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà, mentre lo Ukip è in quello Europa della Libertà e della Democrazia Diretta, di cui fa parte anche il Movimento Cinque Stelle. Anche sul fronte dei partiti tradizionali ci sono alcuni elementi di incertezza, come il posizionamento del presidente francese Macron, il cui movimento politico non esisteva prima del 2017.

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Classe 1992, genovese emigrato a Milano, giornalista praticante ed eterno studente. Appassionato di politica più di quanto sia sano esserlo, su questo blog cerco di raccontarla per come la capisco io.

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