Donald Trump

Mentre la politica degli Stati Uniti sta iniziando a prepararsi seriamente alle elezioni presidenziali del 2020 (in particolare il Partito democratico, dove ci sono già 16 candidati ufficiali alle primarie per eleggere il candidato), nelle ultime settimane dalle parti di Washington DC stanno succedendo un po’ di cose interessanti:

  1. Trump, per la prima volta da quando è Presidente, ha esercitato il proprio potere di veto per bloccare una decisione presa dal Congresso;
  2. Si attendono i risultati dell’indagine sulle ingerenze della Russia sulle elezioni del 2016, che va avanti ormai da circa due anni;
  3. Trump è tornato a parlare male dell’ex senatore John McCain, che è morto da sette mesi.

Visto che tutte e tre queste cose riguardano in un modo o nell’altro Trump, mi sembrava utile fare un breve resoconto del suo momento politico.

Dall’Italia, tendiamo ad accorgerci del Presidente americano solo quando fa cose in giro per il mondo, tipo l’incontro di qualche settimana fa con il presidente nordcoreano Kim Jong-un in Vietnam. Ma è nelle dinamiche di politica interna che Trump sta giocando la sua partita più complicata, compresa quella per la rielezione dell’anno prossimo, quando sarà candidato per un secondo mandato (anche se tra i Repubblicani c’è chi vorrebbe prendere il suo posto, come racconto in questo articolo).

Vediamoli, dunque, i tre punti che ho elencato, uno per uno.

1 – La storia dell’emergenza nazionale

Com’è abbastanza noto, Trump vorrebbe costruire un muro al confine con il Messico per fermare l’immigrazione dai Paesi dell’America centrale. Per realizzarlo, nell’ultima legge di bilancio aveva chiesto al Congresso di stanziare più di 5 miliardi di dollari. Il Congresso però non ha voluto farlo, e la conseguenza del mancato accordo è stato uno shutdown, cioè la sospensione dei servizi federali non essenziali, durato 35 giorni, il più lungo di sempre.

Si ma cos’è, di preciso, lo shutdown? Lo racconto in questo articolo

Per porre fine allo shutdown, Trump ha dovuto accettare il bilancio proposto dal Congresso, in cui i soldi per il muro non c’erano. Per portare in porto la sua più famosa promessa elettorale de 2016, allora, ha scelto un’altra strategia: dichiarare lo stato di emergenza nazionale al confine. In questo modo avrebbe potuto ottenere poteri extra, e spostare sulla costruzione del muro fondi presi da altre parti del bilancio, senza bisogno dell’ok del Congresso.

In questo articolo raccontavo il funzionamento dello stato d’emergenza negli Stati Uniti:

È stato a quel punto, però, che il Congresso si è messo di traverso. Il Partito democratico, cioè quello degli avversari politici di Trump, ha presentato una mozione per impedire al Presidente di dichiarare lo stato d’emergenza. La mozione è stata approvata dalla Camera, dove i democratici sono in maggioranza ma, e questo è un po’ più strano, anche al Senato, dove la maggioranza è dei repubblicani. Qui scrivevo che quattro senatori repubblicani erano pronti a votare contro il proprio presidente, in realtà al momento del voto i ribelli sono stati dodici.

Fondamentalmente, i repubblicani che hanno votato si alla mozione dei democratici, pur essendo in linea di massima d’accordo con Trump, sono contro l’utilizzo dello stato d’emergenza, una misura pensata per emergenze, appunto, effettive, non per realizzare semplici punti del programma elettorale. Il sottotesto è che, per loro, al confine con il Messico non ci sia uno stato di reale emergenza nazionale.

Lo stato d’emergenza è di fatto un momentaneo sbilanciamento dei poteri costituzionali a favore del Presidente e a danno del Congresso. Dopo questo precedente, sostengono molti, potrebbe diventare un po’ più normale per un Presidente farvi ricorso, e se questo succedesse il potere del Congresso ne uscirebbe ridimensionato.

Per questo Trump ha deciso di porre il veto, bloccando l’applicazione della mozione approvata dal Congresso. Il Congresso, a questo punto, potrebbe in teoria approvarla di nuovo e costringere Trump a firmarla, ma per “superare il veto”, come si dice in questi casi, c’è bisogno che voti a favore della mozione una maggioranza di due terzi, sia alla Camera che al Senato. È molto improbabile che succeda.

A fermare la proclamazione dello stato d’emergenza, a questo punto, potrebbe essere la Corte Suprema, se qualche giudice si prenderà la briga di impugnare la decisione del Presidente. Sono procedimenti giudiziari molto complicati, che ho spiegato per sommi capi nell’articolo linkato più in alto.

2 – Le indagini sulla Russia

Le indagini sulle interferenze della Russia nella campagna elettorale del 2016 vanno avanti ormai da tempo, praticamente da quando Trump è diventato presidente. A guidarle è Robert Mueller, ex direttore dell’Fbi e nominato procuratore speciale per indagare su questo caso.

Con “interferenze della Russia” si intendono in realtà un sacco di cose, come il furto delle email dai server del Partito democratico diffuse dal sito Wikileaks, diffusione di disinformazione sui social netowork, incontri tra membri dello staff elettorale di Trump con funzionari russi. Tutte azioni che avrebbero danneggiato Hillary Clinton, allora rivale di Trump per la Casa Bianca. Ma anche, tanto per capire su quanto questa inchiesta sia vasta, il progetto per la costruzione di una Trump tower a Mosca e i presunti tentativi del Presidente di ostacolare la giustizia, facendo pressioni sull’ex capo dell’Fbi James Comey.

Una cosa molto complicata, su cui finora si è potuto capire relativamente poco vista la natura del tutto top secret delle indagini. Da qualche settimana i giornali americani dicono che Mueller sarebbe pronto a consegnare il rapporto definitivo sulle indagini al procuratore speciale William Barr. A quel punto, però, non è chiaro cosa succederà, visto che questa vicenda non ha precedenti non si sa bene come comportarsi.

Barr, infatti, d’accordo con Trump, potrebbe decidere di secretare (cioè di rendere segreto) il rapporto, di secretarlo in parte oppure di renderlo pubblico. La Camera recentemente ha votato una risoluzione che chiede di rendere pubblico il rapporto, ma è una risoluzione non vincolante. Anche Trump ha detto di essere d’accordo sul fatto che il rapporto debba essere pubblicato, sostenendo di non aver niente da nascondere. Intanto, però, a dicembre ha anche detto che i legali della Casa Bianca starebbero lavorando a un contro-rapporto, che potrebbe essere pubblicato come “risposta” a quello di Mueller. Staremo a vedere.

3 – Trump e i suoi nemici

McCain
L’ex senatore e candidato alla presidenza John McCain, morto ad agosto del 2018
Credits DaveDavidsoncom – Pixabay

L’attuale presidente degli Stati Uniti non ha mai rispettato più tanto l’etichetta istituzionale e non ha fatto eccezione nemmeno nei riguardi di John McCain. L’ex candidato repubblicano alla Casa Bianca, sconfitto da Obama nel 2008, non ha mai avuto un buon rapporto con Trump. Prima di morire per un tumore al cervello, ha persino lasciato detto di non volerlo al suo funerale, per dire.

McCain, oltre che un politico, è stato anche un eroe della guerra in Vietnam, rapito e torturato per mesi nelle prigioni vietnamite e per questo rispettato un po’ da tutti. Non da Trump però, che durante la corsa alla presidenza nel 2016 affermò di preferire i militari che non si fanno catturare. La dichiarazione, allora, fece scandalo e si pensava potesse danneggiarlo elettoralmente. Cosa che poi, però, a conti fatti non è avvenuta.

Si poteva supporre che dopo la morte di McCain la cosa sarebbe finita lì, invece Trump è tornato a criticarlo pochi giorni fa a un raduno di militari, ammettendo di non essere mai stato “un fan” di McCain e accusandolo di non aver fatto abbastanza per i veterani di guerra. Parole che hanno provocato l’ennesimo scandalo, tra i famigliari di McCain e anche tra diversi repubblicani, come il candidato alla Casa Bianca del 2012 Mitt Romney.

Ora, qui il punto non è tanto sorprendersi o scandalizzarsi per l’aggressività della comunicazione di Trump, quanto constatare come l’attuale Presidente sia in grado di dire cose che altri non direbbero mai senza che la sua popolarità (che non è altissima, ma nemmeno così bassa) sembra venirne intaccata più di tanto. Tra qualche mese la campagna elettorale per il 2020 entrerà nel vivo. È probabile che ne vedremo delle belle.

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Classe 1992, genovese emigrato a Milano, giornalista praticante ed eterno studente. Appassionato di politica più di quanto sia sano esserlo, su questo blog cerco di raccontarla per come la capisco io.

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