May Theresa

In questi giorni il Parlamento britannico ha votato diverse soluzioni sulla Brexit, respingendole tutte tranne l’ultima. Ieri (giovedì 14 marzo) la Camera dei comuni ha infatti approvato con 412 si e 202 no una mozione che incarica Theresa May di chiedere all’Unione europea un rinvio della data dell’uscita, ad oggi ancora fissata al 29 marzo 2019.

Come ci siamo arrivati? Così:

  • Martedì 12 marzo: il Parlamento boccia il piano May con 242 si e 391 no;
  • Mercoledì 13 marzo: questa volta viene bocciata l’opzione no deal, la possibilità di uscire dall’Unione europea senza alcun tipo di accordo. 312 deputati hanno votato “si” a una mozione che impediva questa soluzione, contro 308 che invece hanno votato “no”;
  • Giovedì 14 marzo: la Camera approva il rinvio della Brexit.

In questo articolo di qualche giorno fa spiegavo meglio cosa avrebbe voluto dire ognuna di queste soluzioni. Ma si tratta ormai di storia passata, è già tempo di vedere cosa comporta la decisione di rinviare la Brexit e, per l’ennesima volta, provare a tracciare un quadro di quello che potrebbe accadere nelle prossime settimane.

In questa storia, come avrai capito, non si può mai dare nulla per certo. Pronti? Via!

Cosa succede ora

Innanzitutto perché la Brexit venga effettivamente rimandata, serve anche il consenso dell’Unione europea. Il prossimo 20-21 marzo si riunirà il Consiglio europeo, l’organo che riunisce tutti i capi di Stato o di Governo dei Paesi membri. Saranno loro a dover decidere se dire si o no alla proposta britannica di rinviare il giorno del divorzio. Per approvarlo, c’è bisogno che tutti i membri del Consiglio votino a favore.

La sensazione è che il Consiglio europeo sia in maggioranza disposto ad andare incontro a Theresa May e ad accordarle il rinvio. Nel caso dovesse però bocciarlo, May avrebbe tempo fino al 29 marzo (pochissimi giorni) per tentare, per l’ennesima volta, di fare approvare il suo accordo. Nel caso non ci riuscisse, si andrebbe invece verso un’uscita senza accordo. Il no deal, di nuovo.

Un’altra possibilità (vagamente surreale, ma indicata da alcuni media britannici) è che di fronte al rifiuto europeo il Parlamento britannico decida di revocare l’attivazione dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che regola l’uscita dall’Unione da un Paese membro, e quindi fermare in extremis la Brexit e rimanere nell’Unione europea.

Qui spiegavo bene la procedura di uscita dall’Unione europea, dall’articolo 50 in poi

Mettiamo invece che il Consiglio decida di dire ok al rinvio. Anche in questo caso, si aprono scenari diversi. Nei prossimi giorni Theresa May proverà per l’ennesima volta a convincere il Parlamento ad approvare il suo piano, questa volta come base da cui partire per trattare una nuova uscita. Se ci riuscirà, il rinvio sarà di tre mesi. Se invece May non dovesse riuscirci, il rinvio sarà di sei mesi. È una condizione che lo stesso Primo Ministro è riuscita a introdurre in extremis, ed è una mossa di strategia politica. In questo modo, infatti, spera di riuscire a convincere i sostenitori della Brexit più radicali che le hanno sempre votato contro (quasi tutti nel suo partito) a sostenere il suo piano. Se si arriverà a quel punto, infatti, un rinvio breve sarebbe per loro il male minore rispetto a uno più lungo, e per ottenerlo sarebbero costretti ad appoggiare l’odiato piano May. Non è detto, comunque, che decidano di farlo.

Ma che è sto piano May? Lo raccontavo in questo articolo su LoT, oppure qui, su Londra Today.

Cos’altro potrebbe succedere? In realtà più o meno di tutto.

Resta in piedi l’opzione del secondo referendum, anche se sempre giovedì sera il Partito laburista (principale forza d’opposizione, di sinistra) ha votato contro questa opzione, preferendo prima trovare un accordo in Parlamento da sottomettere poi, eventualmente, al voto popolare. Ma il partito è spaccato: molti parlamentari e una parte importante della base preferirebbero un appoggio esplicito al secondo referendum. L’obiettivo primario del leader Jeremy Corbyn restano però le elezioni anticipate, nella speranza di togliere a May il controllo della Brexit e provare a imporne una versione più “soft”, la soluzione preferita dai laburisti. Una Brexit più soft potrebbe prevedere, per esempio, la permanenza di Londra nel mercato comune europeo. Anche questa è un’opzione possibile.

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Classe 1992, genovese emigrato a Milano, giornalista praticante ed eterno studente. Appassionato di politica più di quanto sia sano esserlo, su questo blog cerco di raccontarla per come la capisco io.

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