William Weld

A novembre del 2020 ci saranno le elezioni presidenziali statunitensi. Donald Trump proverà a vincere di nuovo per restare presidente per altri quattro anni mentre dall’altra parte, nel Partito democratico, ci saranno delle elezioni primarie molto combattute per decidere chi sarà il suo sfidante.

Le elezioni primarie sono elezioni organizzate all’interno dei partiti statunitensi per scegliere i candidati alle cariche elettive. Quelle per scegliere il candidato alla presidenza si svolgono a livello nazionale, ma i partiti fanno le primarie anche per scegliere chi candidare come sindaco o semplice parlamentare.

Quando un presidente in carica si candida per essere eletto una seconda volta, in genere il suo partito evita di creargli problemi e nessuno, o solo personaggi del tutto secondari, si candidano contro di lui.

Questa volta, però, nel Partito repubblicano William Weld sta considerando l’idea di sfidare Trump, e provare a diventare lui il candidato alla presidenza del partito. Con poche possibilità di farcela davvero, ma una sua candidatura può avere comunque conseguenze interessanti.

Ripasso: nel sistema statunitense, è previsto che un Presidente rimanga in carica per un massimo di due mandati. Se Trump dovesse vincere nel 2020, rimarrebbe presidente fino al 2024, poi sarebbe costretto a lasciare la carica.

Chi è

William Weld (detto Bill) è stato governatore del Massachusetts dal 1991 al 1997. È stato iscritto al Partito repubblicano, poi ne è uscito e nel 2016 era candidato alla vicepresidenza del Partito libertario, una formazione politica minore.

Lo scorso febbraio, ha lanciato un “comitato esplorativo” per valutare se candidarsi alla presidenza. Lanciare un comitato esplorativo è ciò che fanno tutti i potenziali candidati. In concreto significa cercare persone disposte a finanziare la campagna elettorale, commissionare sondaggi per capire le possibilità di vittoria, fare ricerche in varie zone del Paese per capire di quali temi parlare e in che modo. È un lavoraccio, che porta via un sacco di tempo e risorse.

Attualmente, sta ancora decidendo se candidarsi o no, ma intanto ha già cominciato a criticare molto Trump e la sua amministrazione, sui social e sui media. Questo è il suo Tweet fissato in cima al profilo:

Perché si vuole candidare

Le critiche che Weld muove a Trump ricordano quelle dei repubblicani che gli si opponevano ai tempi delle primarie del 2015-2016: incompetenza, carattere inadatto, tendenze all’autoritarismo.

Agli anti-Trump di allora non andò bene. Fino all’ultimo momento utile provarono a impedire la sua nomination: fondarono un movimento (never Trump), provarono a convincere i delegati alla convention di partito a ribaltare il voto degli iscritti (possono farlo, in teoria), inscenarono proteste. Ma fu tutto inutile. Trump vinse abbastanza agevolmente le primarie, e i suoi indici di gradimento tra gli elettori repubblicani sono rimasti molto alti da allora.

Ripasso: la convention di partito è l’evento che riunisce i delegati eletti nel corso delle primarie. Alle primarie, infatti, gli elettori non votano direttamente per i candidati, ma per altre persone che si impegnano a sostenerli. Queste persone si riuniscono poi alla convention per esprimere il proprio voto. Si tratta di un passaggio per lo più formale, una specie di festa di partito per incoronare il vincitore delle primarie, ma in teoria i delegati potrebbero votare a loro piacimento, a prescindere dal voto di chi ha partecipato alle primarie.

Questo è il momento in cui Trump venne nominato ufficialmente candidato del partito alla convention del 2016, per capire di cosa stiamo parlando.

È improbabile che a Weld questa volta possa andare molto meglio. Trump ha dalla sua, oltre alla base, anche il Partito, che questa volta lo sosterrà in modo compatto. Ma allora perché lo fa?

I motivi per candidarsi a primarie nazionali possono essere molti. Anche se si perde, si guadagna comunque molta visibilità. Se si candiderà, Weld potrebbe trovarsi a sfidare Trump in confronti televisivi seguiti da milioni di persone. Dopodiché, una volta perse le primarie, potrebbe decidere di candidarsi per un’altra carica elettiva, o sempre per la presidenza ma da indipendente o con un’altra formazione politica, come il partito libertario con cui corse da numero 2 nel 2016. Oppure, potrebbe anche non candidarsi a nulla e scrivere un libro o girare il mondo a farsi strapagare per tenere discorsi a conferenze di alto livello.

Ma ipotizziamo che, perse le primarie, Weld decida di candidarsi lo stesso alla presidenza. Questo sarebbe un potenziale problema per Trump, che nel 2016 vinse per una manciata di voti concentrati soprattutto in Michigan e altri stati del midwest. Anche nel 2020 con ogni probabilità le elezioni saranno molte combattute, e ogni spostamento di voti, anche piccolo, può essere decisivo.

Weld ha idee politiche che sono del tutto scollegate dal sentimento che oggi sembra prevalente nella base repubblicana. In economia è un conservatore, cioè crede in tagli massicci delle tasse e nella riduzione al minimo dei servizi pubblici e questo lo mette più o meno in sintonia con l’amministrazione Trump. Ma sul fronte dei diritti civili, è a favore della legalizzazione della cannabis e dei diritti degli omosessuali, e questo lo pone direttamente in rotta di collisione con l’elettorato evangelico che invece Trump ha sedotto con grande efficacia.

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Classe 1992, genovese emigrato a Milano, giornalista praticante ed eterno studente. Appassionato di politica più di quanto sia sano esserlo, su questo blog cerco di raccontarla per come la capisco io.

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