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Nel corso di questa settimana, il Parlamento britannico prenderà una decisione importante sulla Brexit. Lo so, dopo più di due anni e mezzo che se ne sente parlare è difficile appassionarsi ancora di questo argomento, ma il giorno dell’uscita ufficiale del Regno Unito dall’Unione europea, il 29 marzo 2019, è ormai alle porte e un accordo su come realizzare la Brexit ancora da trovare. Quindi, questa volta, è probabile che qualche cosa si deciderà davvero.

In questo momento le cose che potrebbero succedere sono tre:

  1. Si applica il cosiddetto piano May, cioè l’accordo che il Primo Ministro Theresa May ha trattato con l’Unione europea negli scorsi mesi;
  2. Il Regno Unito esce dall’Unione europea senza alcun accordo. È lo scenario che i media chiamano no deal;
  3. La Brexit viene rinviata.

L’ordine in cui ho messo queste alternative non è casuale. Martedì 12 marzo, infatti, Theresa May presenterà il suo piano su come realizzare la Brexit (punto 1). Se la maggioranza voterà a favore, quella sarà la soluzione definitiva. Se invece voterà contro, il giorno seguente, mercoledì 13, si riunirà di nuovo per votare sul no deal (punto 2). Anche in questo caso, se il voto sarà sì, quella sarà la soluzione, se invece il Parlamento respingerà, tornerà a votare il giorno seguente. In questo caso, giovedì 14 la scelta del Parlamento che si riunisce nella città inglese di Westminster sarà sull’opportunità di rinviare la Brexit oltre il 29 marzo (punto 3).

Prima di vedere più nel dettaglio ognuna di queste possibili soluzioni, può essere utile un veloce ripasso delle puntate precedenti.

Come siamo arrivati a questo punto

Partiamo proprio dall’inizio: il 23 giugno del 2016 i cittadini del Regno Unito votarono per un referendum sulla permanenza nell’Unione europea. La maggior parte dei votanti (per la precisione il 51,89%) votò l’opzione Leave (abbandonare), quindi per la prima volta uno Stato membro avviò la procedura per lasciare l’Unione.

Solo che la procedura non partì subito. L’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che regola appunto l’uscita di un Paese dall’Unione europea, venne attivato dal Parlamento britannico il 29 marzo 2017. L’articolo prevede un periodo di transizione di due anni per contrattare i termini dell’uscita. Per questo, sin da allora, il giorno della Brexit divenne ufficialmente il 29 marzo 2019.

In questo articolo spiego più nel dettaglio come funziona l’uscita di un Paese membro dall’Unione europea.

Andiamo avanti veloce. Nei mesi successivi il Primo Ministro Theresa May (insieme al ministro per la Brexit, una nuova posizione occupata prima da Davis Davis e poi da Dominic Raab) negozia un accordo con l’Unione europea, in particolare con il presidente della Commissione Jean Claude Juncker, quello del Consiglio Europeo Donald Tusk e il capo dei negoziatori europei per la Brexit Michel Barnier.

Le due parti trovano un accordo – dopo mille peripezie – a novembre del 2018. Solo che l’accordo viene subito criticato moltissimo perché concede troppo poco al Regno Unito. Cinque ministri di May si dimettono in segno di disaccordo, e tra questi c’è anche Dominic Raab, che pure aveva contribuito a raggiungere quel risultato. Raab viene sostituito da Stephen Barclay.

Ma oltre che a diversi membri del Governo, l’accordo non piace nemmeno al Parlamento, che infatti lo boccia, il 15 gennaio 2019, con 432 voti contrari e solo 202 favorevoli. Si tratta dello scarto più ampio nella storia democratica del Regno Unito. A votare contro, oltre a tutta l’opposizione, anche molti membri del partito conservatore (lo stesso di May) tra cui molti favorevoli a una Brexit più “dura” come l’ex sindaco di Londra e ministro degli Esteri Boris Johnson o Jacob Rees-Mogg. Questa frangia del Partito conservatore è molto critica nei confronti del Primo Ministro May, accusata di non riuscire a far valere le ragioni nel Regno Unito nel confronto con l’Unione europea.

Ma perché il piano May piace così poco? E perché domani – 12 marzo – proverà a farlo approvare di nuovo?

Il piano May, in sintesi

L’accordo raggiunto da Theresa May prevedeva che dopo la Brexit (dopo il 29 marzo 2019, quindi) ci sarebbe stato un ulteriore periodo di transizione, che sarebbe durato almeno fino a dicembre del 2020.

Durante questo periodo, il Regno Unito sarebbe uscito dall’Unione europea, ma al tempo stesso avrebbe continuato a versare i contributi comunitari, circa 13 miliardi di sterline all’anno, in cambio di 4 ricevute dall’Unione. Inoltre, finché sarebbe durato il periodo di transizione Londra sarebbe rimasta ad altre regole europee in materia di commercio, perdendo tra l’altro capacità di incidere sul processo decisionale interno all’Unione. Alle prossime elezioni per il Parlamento europeo (che si terranno tra il 23 e il 26 maggio 2019) non verranno infatti eletti rappresentanti del Regno Unito.

Tutto questo non è piaciuto ad ampi settori della politica britannica. Il partito laburista di Jeremy Corbyn (sinistra) ha accusato May di incompetenza e ha iniziato a chiedere con insistenza nuove elezioni. I sostenitori più radicali della Brexit del Partito conservatore, Johnson e gli altri, hanno accusato May di aver tradito lo spirito del referendum e di non essersi fatta valere con l’Unione europea. Particolarmente sgradito il fatto che periodo di transizione post-29 marzo sarebbe potuto durare, in teoria, all’infinito. Il partito liberaldemocratico (centro) è contrario alla Brexit in quanto tale.

Particolarmente contestata anche la gestione del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord, diventata una delle questioni più difficili da risolvere. In sintesi: se si mantenesse un confine aperto, senza dazi per il passaggio delle merci o impedimento al transito di persone, il Regno Unito rimarrebbe di fatto nello spazio comune europeo, e non andrebbe bene. Se il confine rimanesse aperto solo per l’Irlanda del Nord ma non per il resto del regno, nascerebbe di fatto una frontiera tra nordirlanda e il resto del Regno Unito, e nemmeno questo andrebbe bene. La frontiera rigida non piacerebbe quasi a nessuno perché creerebbe problemi a quanti la attraversano ogni giorno per lavoro e perché la caduta del confine rigido, negli anni novanta, aveva giocato un ruolo importante nella fine della lunga guerra civile nordirlandese, i cosiddetti troubles, che nella seconda metà del novecento provocarono più di 3.500.


Sulla questione del confine irlandese avevo scritto in modo più approfondito nel secondo numero della LoTletter, la newsletter di LoT, che puoi recuperare cliccando qui.
Credits immagine: Tiocfaidh ar la 1916 – Flickr

Il piano May prevedeva che – almeno finché non si sarebbe raggiunto un accordo definitivo – il Regno Unito sarebbe rimasto nell’unione doganale europea.

Come abbiamo visto, il 15 gennaio di quest’anno il Parlamento ha respinto il piano May con una larga maggioranza. Da allora, il Primo Ministro ha cercato di trattare qualche modifica all’accordo con l’Unione europea, ma pare non abbia ottenuto grandi risultati. Quando domani presenterà una nuova versione dell’accordo, è molto probabile che assomiglierà molto a quella di gennaio.

Aggiornamento: questa sera (lunedì 11 marzo), May ha incontrato il presidente della Commissione Juncker a Strasburgo, per un ultimo giro di trattative. Il ministro dell’ufficio di gabinetto (una sorta di assistente del Primo Ministro) David Lidington ha annunciato al Parlamento che May avrebbe ottenuto aggiornamenti “legalmente vincolanti” sull’accordo.

La speranza di May è che il Parlamento si decida, questa volta, ad appoggiarla vista l’urgenza del 29 marzo ormai vicino. Negli scorsi giorni ha anche provato ad aumentare la pressione sui parlamentari pro-Brexit dicendo che se il suo piano verrà bocciato Londra potrebbe rimanere per sempre nell’Unione, ma pare che il suo accordo non abbia grandi speranze di essere approvato. Se il piano May verrà bocciato di nuovo, mercoledì si voterà sul no deal. Cosa vuol dire, di preciso?

L’uscita senza accordo: il no deal

Se mercoledì ci sarà il voto sull’opzione no deal, il Parlamento dovrà decidere se il Regno Unito lascerà l’Unione europea senza alcun tipo di accordo. Nel caso, il Regno Unito diventerebbe un Paese a tutti gli effetti esterno allo spazio europeo, con una frontiera rigida tra Irlanda e Irlanda del nord per controllare il traffico di merci e persone.

Bisogna tenere a mente che ci sono Stati non membri, come la Norvegia o l’Islanda, con cui l’Unione europea ha accordi che ci consentono, per esempio, di viaggiare in quei Paesi senza bisogno di passaporto. Il modello Norvegia (fuori dall’Ue, ma con qualche accordo per garantire il transito più o meno agevolato di persone e merci) è spesso indicato come possibile soluzioni per i futuri rapporti tra regno e unione. In caso di no deal, invece, il Regno Unito diventerebbe un Paese del tutto extraeuropeo tanto quanto lo è la Cina.

Secondo molti questa soluzione avrebbe gravi conseguenze economiche, e non sembra goda di grande supporto politico, al di fuori del gruppo dei conservatori più radicali, tra cui i soliti Johnson e Rees-Mogg. In caso di bocciatura anche del no deal rimarrà una sola possibilità: rinviare tutto.

L’opzione rinvio

Se entrambe le soluzioni precedenti verranno respinte dal Parlamento britannico, giovedì 14 marzo si voterà per rinviare il giorno della Brexit oltre il 29 marzo, con una proroga alla scadenza di due anni indicata dal Trattato di Lisbona.

Theresa May ha specificato che, nel caso, il rinvio non durerebbe più di qualche settimana o al massimo mese. In ogni caso, quando a fine maggio ci saranno le elezioni europee, il Regno Unito non vi prenderà parte.

Ad oggi, il rinvio sembra l’opzione più probabile delle tre, perché le altre non hanno abbastanza sostegno politico. Anche l’Unione europea si è mostrata disponibile ad allungare i tempi, con il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk che l’ha definita una scelta razionale. Rinvio per fare cosa, poi, sarà tutto da vedere.

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Classe 1992, genovese emigrato a Milano, giornalista praticante ed eterno studente. Appassionato di politica più di quanto sia sano esserlo, su questo blog cerco di raccontarla per come la capisco io.

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