Paul Rend

Lunedì il capogruppo dei senatori del Partito repubblicano statunitense, Mitch McConnell, ha anticipato che il Senato voterà a favore di una risoluzione presentata dal Partito democratico, per revocare lo stato d’emergenza che il presidente Trump vorrebbe dichiarare per finanziare il muro al confine con il Messico.

Con lo stato d’emergenza nazionale, infatti, Trump avrebbe a disposizione fondi straordinari per realizzare il muro, che potrebbe utilizzare senza dover chiedere il permesso al Congresso. Avevo spiegato meglio come funziona in questo articolo:

La bocciatura del Senato sarà un fatto politico abbastanza rilevante, perché metterà alcuni repubblicani contro il proprio stesso presidente su quella che è la sua misura più rappresentativa. Per ora, quattro senatori repubblicani hanno annunciato che voteranno insieme ai democratici, una cifra sufficiente per ribaltare la maggioranza detenuta dal partito di Trump in questa camera (53 senatori repubblicani contro 47 democratici). Ma gli effetti concreti, con ogni probabilità, saranno pochi.

Cerchiamo di capire come e perché siamo arrivati in questa situazione e cosa potrebbe succedere dopo la bocciatura del Congresso.

Come ci siamo arrivati

Per realizzare il muro al confine con il Messico, l’anno scorso il presidente Trump aveva chiesto che nel bilancio del 2019 venisse previsto un finanziamento da più di 5 miliardi di dollari. Il potere di borsa (cioè quello di stanziare i fondi) spetta però al Congresso, che si è mostrato piuttosto reticente ad accordare una cifra così alta. L’opposizione del Parlamento statunitense è aumentata dopo le elezioni di metà mandato di novembre, quando uno dei suoi due rami (la Camera) è diventata di maggioranza democratica, cioè del partito degli oppositori di Trump.

Ripasso: Democratici e repubblicani, le due famiglie politiche americane – la loro storia e le loro differenze

Vista l’incapacità di Presidente e Congresso di trovare un accordo, da fine dicembre è iniziato un lungo shutdown, cioè la sospensione di molti servizi pubblici federali, che avviene appunto quando non si riesce ad approvare il bilancio.

Il solito spiegone

Lo shutdown si è poi concluso a fine gennaio, con l’introduzione in bilancio di 1,3 miliardi di dollari per finanziare la sicurezza al confine, molto meno della cifra chiesta da Trump per il muro.

Per questo, dopo qualche settimana, Trump ha deciso dichiarare lo stato d’emergenza, che gli darebbe poteri straordinari e gli consentirebbe di finanziare il muro usando fondi federali a propria discrezione. (Più o meno, la cosa è un po’ più complessa, vi rimando di nuovo allo spiegone sullo stato d’emergenza per capirla meglio).

La mossa del Presidente è stata criticata da molti, che ritengono non ci sia un effettivo stato d’emergenza nazionale al confine con il Messico. Molto critici sono stati, ovviamente, i democratici, che infatti hanno presentato una risoluzione per bloccare l’iniziativa parlamentare. La loro proposta sarà approvata sicuramente alla Camera, dove sono in maggioranza (hanno 235 seggi contro i 199 dei repubblicani) e, dopo la diserzione dei quattro repubblicani ribelli, anche al Senato, che nel sistema statunitense è il ramo del Congresso più importante.

Se l’opposizione dei democratici era scontata, più interessante è capire perché anche alcuni repubblicani abbiano deciso di votare contro il proprio capo.

Le ragioni dei repubblicani ribelli

Le perplessità da parte di molti esponenti repubblicani sullo stato d’emergenza erano iniziate a circolare già prima che spuntasse la fronda dei ribelli. Lo stesso McConnell (il capo dei senatori repubblicani) avrebbe sostenuto che dichiarare l’emergenza nazionale per realizzare una promessa elettorale avrebbe generato un precedente pericoloso. In futuro, diceva, potrebbe diventare normale usare una misura pensata per casi straordinari per fare cose normali, solo per accelerare i tempi ed evitare l’opposizione del Congresso.

Tanto per avere un termine di paragone, in passato l’emergenza nazionale è stata dichiarata per affrontare più velocemente fatti come l’uragano Katrina o l’11 settembre. Molti dubitano che la situazione della sicurezza al confine con il Messico, per quanto problematica, richieda lo stesso tipo d’intervento.

L’emergenza nazionale sospende, di fatto, il principio della separazione dei poteri, su cui si basa la Costituzione americana. In questi casi, al presidente (potere esecutivo) vengono dati poteri extra, al Congresso (legislativo) vengono tolti. Per questo i quattro senatori hanno votato contro. Non sussiste, secondo loro, la condizione d’emergenza tale per giustificare la sospensione della separazione dei poteri.

Particolarmente significativa la presa di posizione di Rand Paul (nella foto in apertura), il quarto senatore a dichiarare il proprio voto con i democratici e contro Trump, quindi colui che ha fatto cambiare la maggioranza al Senato su questo provvedimento. In una lettera inviata a Fox News, Paul ha detto di sostenere Trump (in effetti, i due hanno un rapporto molto stretto e Trump tiene in considerazione i consigli di Paul nonostante la differenza di vedute su alcuni punti), ma ha spiegato che voterà contro lo stato d’emergenza perché è sempre stato contrario all’uso eccessivo dei poteri esecutivi del Presidente per scavalcare il Congresso. Paul sottolinea come i repubblicani abbiano (giustamente, dal suo punto di vista) contrastato Obama quando questi ha tentato di forzare la mano al Congresso, e ora gli sembra coerente fare lo stesso con Trump alla Casa Bianca. È una questione di principio, quindi.

Rand Paul è un conservatore di tendenza libertaria, una famiglia politica di tradizione importante nella destra statunitense. Chi sposa questa tendenza politica tende a pensare che la Costituzione americana, che non è mai cambiata dal 1787, debba essere seguita il più possibile in senso letterale. Quindi, tende ad essere contrario alle “invasioni di campo” del Presidente nelle prerogative del Congresso. “Perderei la mia anima politica se decidessi di trattare il Presidente Trump in modo diverso dal Presidente Obama”, ha scritto Paul.

E quindi ora che succede?

Tutto questo è intrigante dal punto di vista politico, ma le conseguenze pratiche saranno probabilmente poche.

La misura presentata dai democratici sarà approvata alla Camera e poi al Senato probabilmente prima del 15 marzo, quando inizierà un breve periodo di vacanza. Dopodiché, se Trump vorrà andare fino in fondo, potrà rifiutarsi di firmarla, esercitando il cosiddetto potere di veto presidenziale. Il Congresso potrà a questo punto provare a riapprovare la misura e scavalcare il veto, ma per farlo non sarà più sufficiente la maggioranza semplice dei votanti. Questa volta, dovrebbero votare a favore almeno i 2/3 dei deputati e i 2/3 dei senatori. È molto improbabile che succeda.

Trump, insomma, potrà superare piuttosto agevolmente l’opposizione del Congresso. A quel punto, l’ultimo ostacolo potrebbe essere il terzo dei poteri fondamentali dello Stato dopo l’esecutivo e il legislativo: quello giudiziario. La misura con cui si dichiarerà l’emergenza nazionale sarà infatti con ogni probabilità impugnata da un tribunale. Anche sedici Stati hanno già annunciato che faranno ricorso. Gli ultimi a esprimersi sul caso potrebbero essere i nove giudici della Corte Suprema, il più importante organo giudiziario degli Stati Uniti.

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Classe 1992, genovese emigrato a Milano, giornalista praticante ed eterno studente. Appassionato di politica più di quanto sia sano esserlo, su questo blog cerco di raccontarla per come la capisco io.

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