Giornalista

La crisi del giornalismo dei giorni nostri non è davvero la crisi del giornalismo ma la crisi di una certa idea del giornalismo, sviluppata negli ultimi cento anni, che non è detto debba rimanere immutata per sempre. È quanto sostiene un interessante articolo pubblicato su Wired, che parte da una notizia commentata molto nelle ultime settimane: il licenziamento di centinaia di giornalisti e dipendenti da parte di testate digitali come Vice o Buzzfeed.

Vice e Buzzfeed sono due esempi di giornali giovani, nati e cresciuti su internet e capaci quindi di sfruttare bene le logiche e i meccanismi della rete. Buzzfeed, per esempio, è diventato grande costruendo e distribuendo contenuti virali molto efficaci (video di gattini e simili) grazie a cui col tempo è riuscita a finanziare inchieste giornalistiche di ottimo livello.

Se persino loro – è stato il ragionamento di molti – sono costretti a tagli del personale per sostenere i costi, significa che per il giornalismo tira una brutta aria. Salvo poi paragonare le disgrazie di Vice e Buzzfeed con i record del New York Times, che ha chiuso il 2018 con 3,4 milioni di abbonati alla sezione digitale. Tantissimi. Ma il New York Times, insomma, è il New York Times. Gioca un campionato a parte. Non esiste giornale al mondo con la stessa diffusione e autorevolezza. Quindi lasciamo perdere il New York Times. Per tutti gli altri la situazione è grave.

La crisi economia del giornalismo sarebbe a sua volta figlia, tra le altre cose, di una crisi di credibilità. E questo, è l’ultimo passo del ragionamento, è un problema per la democrazia. Se in un sistema democratico manca chi informi l’opinione pubblica in modo professionale e obiettivo tutto diventa fake news, manipolazione e post-verità e i lettori-elettori non sono più in grado di compiere scelte razionali.

Ma siamo sicuri che sia proprio questo il compito del giornalismo? L’abbiamo pensato per più di un secolo, ma non è sempre stato così.

L’articolo di Wired fa infatti notare come tra i padri fondatori della Repubblica americana ci fossero molti giornalisti che non percepivano il proprio ruolo come quello di informatori coscienziosi dell’opinione pubblica. I loro giornali erano politicamente schierati, il loro obiettivo era, senza imbarazzi, quello di fare soldi. Proprio questo obiettivo – i soldi – spingeranno col tempo i giornali a essere meno di parte, ma solo per raggiungere un pubblico più ampio e guadagnare di più dalle pubblicità.

L’obiettività è diventata, soprattutto negli Stati Uniti, la stella polare del giornalismo solo agli inizi del 900. Se padri fondatori come Benjamin Franklin o Samuel Adams tornassero in vita, scriverebbero editoriali politici su giornali di parte o gestirebbero aggressivi account Twitter, dice l’autore dell’articolo, non scriverebbero sul Times o sul Washington Post.

Se tanti giornali mainstream vanno male, d’altro canto ci sono testate, blog e realtà più alternative che invece stanno trovando nuovi modi di fare giornalismo. Sono spesso politicamente schierate, non ci provano nemmeno a essere obiettivi, sono meno strutturate e meno timorose di esprimere posizioni politiche forti e controverse. Sfruttano in modo spregiudicato i modelli di business della rete, senza i freni di tipo morale (spesso più acclamati che effettivi) dei giornali mainstream. Tutto questo, più che una crisi del giornalismo, è un ritorno alle origini.

L’articolo di Wired mi ha fatto venire in mente la posizione del sociologo Christopher Lasch, che in un capitolo del suo libro La ribellione delle élite affronta l’argomento del giornalismo cosiddetto professionale. Indicandolo, nientepopodimeno, come un problema per la democrazia.

Giornalismo e dibattito pubblico secondo Christopher Lasch

Le riflessioni di Lasch sul giornalismo sono contenute in un capitolo intitolato La discussione: un’arte perduta. Il sociologo parte dalla constatazione che l’elettore medio americano sia meno informato sui fatti dell’attualità di quanto non fosse in passato. Inoltre partecipa meno alle elezioni: nell’800 votava circa l’80% degli aventi diritto, a partire da fine secolo le percentuali di partecipazioni al voto sono crollate fino ad arrivare al 50-60% circa per le elezioni presidenziali.

Ho già scritto qualcosa al riguardo…

La colpa di tutto ciò, secondo Lasch, sarebbe proprio nella perduta capacità di discutere le proprie idee, causata a sua volta dal tipo di giornalismo che si impone verso la fine del XIX secolo.

Fino a quel momento i giornali non nascondevano il proprio orientamento politico, anzi partecipavano attivamente al dibattito pubblico prendendo parte nelle controversie e coinvolgendo i lettori. I giornali, in altre parole, erano estensioni su carta e rafforzamenti del dibattito pubblico. Tra 800 e 900 si fa strada invece l’idea che il giornalismo debba fornire ai lettori i termini del dibattito, attraverso un’analisi scientifica e competente delle problematiche sociali.

Perché avviene questa svolta? Un po’, dice Lasch, per il fenomeno descritto dall’articolo di Wired: l’ingresso dell’industria pubblicitaria nel mondo dei media. Gli inserzionisti erano più disposti a investire su giornali che evitassero le controversie, il più “neutrali” e obiettivi possibili.

Il cambiamento, però, è anche di tipo culturale. A inizio 900 gli Stati Uniti entravano nella cosiddetta età progressista i cui artefici ritenevano necessaria una conoscenza scientifica della società per far fronte a necessità amministrative sempre più complesse. Il dibattito pubblico, e a volte anche il voto democratico, erano visti con un certo sospetto perché la gente comune – dicevano – non ha gli strumenti per valutare al meglio le decisioni da prendere.

Il giornalista Walter Lippmann riteneva per esempio che non ci fossero più le condizioni per una democrazia popolare come quella americana delle origini. A quei tempi, la vita pubblica non andava al di là della dimensione del villaggio e della città, per questo la gente comune poteva decidere in modo democratico su questioni semplici. La moderna società industriale, diceva Lippmann, aveva bisogno di ben altre competenze. Sono argomenti che ritornano spesso anche oggi, quando si parla di democrazia.

Lippmann è anche considerato uno dei padri del giornalismo americano moderno. Proprio come la democrazia, il giornalismo doveva essere scientifico, parlare la lingua della matematica e non più quella del dibattito orale. Il suo compito dovrebbe essere quello di decidere di cosa si debba dibattere e fornire le chiavi di lettura per un dibattito giusto. Anzi, se possibile, fornire una lettura talmente oggettiva e scientifica della realtà da rendere il dibattito inutile (ma questa potrebbe essere un’esagerazione di Lasch). Un’idea che avrà successo, probabilmente molto più di quanto non l’abbia avuto sul versante della democrazia.

Secondo Lasch, però, è stato proprio l’imporsi di quello standard ideale di giornalismo a provocare un decadimento del dibattito pubblico e quindi della vitalità della democrazia americana. Quando i giornali erano estensioni del dibattito nella società, i lettori vi cercavano avidamente informazioni e opinioni per rafforzare il proprio punto di vista e criticare quello avversario. Con il dibattito stimolato dalla stampa, le idee venivano confrontate e, attraverso il confronto, si rafforzavano.

Con il giornalismo scientifico e professionale, invece, i lettori si sono trasformatori in ricevitori passivi dell’informazione e le loro idee, disabituate al confronto con quelle opposte, hanno perso di intensità e in generale è calato l’interesse per la vita pubblica.

La lettura di Lasch forse vede con eccessivo romanticismo le virtù del dibattito pubblico nel mondo ottocentesco, ma sicuramente è interessante e originale. Vista in quest’ottica, l’obiettività del giornalismo anglosassone non è più il modello ideale di giornalismo a cui tutti dovremmo puntare, ma un problema. Forse, dice l’autore dell’articolo di Wired, stiamo tornando al suo modello di giornalismo ideale.

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Classe 1992, genovese emigrato a Milano, giornalista praticante ed eterno studente. Appassionato di politica più di quanto sia sano esserlo, su questo blog cerco di raccontarla per come la capisco io.

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