Padre e figlio

Lo scorso agosto, il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, commentando la ricorrenza della tragedia di Marcinelle, disse che ricordare quell’evento lo aveva fatto riflettere su quanto sia sbagliato emigrare dall’Italia e che il neonato governo del cambiamento si sarebbe impegnato a non far più andar via “i nostri giovani”.

Quelle parole mi colpirono particolarmente. Fin da quando mi ricordo, emigrare, fare esperienze all’estero, mi è sempre stato presentato come qualcosa di positivo, di arricchente. Al netto del problema della cosiddetta “fuga di cervelli” che di sicuro non può lasciare indifferente chiunque governi l’Italia, avere giovani generazioni che vanno all’estero a studiare o lavorare (per poi magari tornare alla base) era considerato un valore aggiunto. I pulcini, insomma, venivano incoraggiati ad abbandonare il nido materno e a esplorare il vasto mondo.

Il ministro Di Maio, con le sue parole, ha ribaltato la narrazione. Ai pulcini oggi si dice che il mondo là fuori è pericoloso. Compito di mamma e papà pulcino è far sì che al piccolo non venga la tentazione di abbandonare il nido.

C’è un paternalismo di fondo in questo modo di vedere le cose. Il paternalismo, quando viene applicato all’ambito della politica, è l’idea per cui i cittadini non siano in grado di badare autonomamente a sé stessi, e che sia compito del pubblico potere (una volta il re, oggi lo Stato) occuparsi del loro bene. Magari tenendoli ben stretti e protetti sotto la propria ala.

Esattamente come un padre con i propri figli, il potere paternalista non si limita a fornire a tutti le condizioni ideali per realizzarsi (anzi, spesso non lo fa), ma indirizza, incoraggia, consiglia e quando serve punisce, dice dettagliatamente cosa è giusto e cosa non è giusto fare, tende a desiderare che i propri figli gli assomiglino.

L’uscita del trentaduenne Di Maio su quanto sia brutto per un giovane andare all’estero non è l’unico esempio di paternalismo. Questo tipo di atteggiamento è presente in dosi abbondanti nell’attuale governo italiano e, mi viene da dire, nel sentire comune. Guardate l’ultima pubblicità di Natale del Conad (tenendo a mente che spesso le pubblicità sono il miglior termometro di ciò che un Paese pensa e sente) e ditemi voi se non è così:

Non bisogna leggere troppo tra le righe, per cogliere le tendenze paternalistiche dell’attuale Governo. La prova più lampante sta, bella evidente, nella sua misura più chiacchierata, quella che (almeno fino a oggi) ha in effetti provocato un cambiamento più radicale, evidente e potenzialmente duraturo. Il reddito di cittadinanza.

Papà ti aiuta, se fai il bravo

Sgombriamo subito il campo da un possibile malinteso: c’è una bella differenza tra uno Stato che cerca di fornire ai propri cittadini gli strumenti per realizzarsi e uno che invece pensa di essere l’unico in grado di garantire il loro bene. La prima idea è quella che, almeno in teoria, ha ispirato l’idea moderna di welfare state, la seconda ricorda maggiormente un’idea medievale di potere, con i vassalli che in cambio delle corvée dei sudditi si impegnano a garantirne la sopravvivenza.

Dire che col reddito di cittadinanza torneremo al medioevo sarebbe un’esagerazione, ma questa misura ha tratti paternalisti molto superiori di altre forme di welfare a cui ci siamo negli anni abituati. Il fatto non è tanto, come molti ripetono un po’ a pappagallo, che si tratta di una misura assistenzialista. Il fatto è che l’erogazione del reddito è vincolata a criteri stringenti che non sono solo economici ma anche comportamentali e morali. Come il figlio che deve guadagnarsi la paghetta settimanale, il cittadino che vuole il reddito deve fare il bravo.

Non sciuparli!

Per richiedere il reddito di cittadinanza bisogna avere un Isee non superiore ai 9.360 euro annui, un reddito familiare e un patrimonio finanziario inferiori ai 6.000 euro e un patrimonio immobiliare inferiore ai 30.000. Fin qui, siamo nell’ambito della scelta politica: si è scelto di aiutare le fasce più povere della popolazione, e presumibilmente dei tecnici hanno calcolato le soglie di povertà per stabilire a chi erogare il sussidio.

Il reddito di cittadinanza, però, va oltre: fornisce istruzioni precise su come meritarsi la famosa tessera. E sono istruzioni che assomigliano molto alle raccomandazioni di un genitore verso un figlio ritenuto incapace di pensarci da solo:

  • Datti da fare! – Per accedere al reddito bisogna iscriversi al centro per l’impiego e dare disponibilità immediata al lavoro (esonerati anziani e disabili);
  • A un certo punto, accontentati di quello che trovi – se rifiuti tre diversi lavori offerti dal centro per l’impiego a cui ti sei iscritto, perdi il diritto al reddito;
  • Spendi! – Ok, questa difficilmente ve la sarete sentita dire da un vostro genitore. Nel caso del reddito, però, i soldi nella card devono essere spesi entro il mese successivo, pena la sottrazione del 20% del beneficio. Questa misura è stata pensata per stimolare i consumi e di fatto limita la possibilità di scelta di chi riceve il reddito, che non può, se lo volesse, mettersi i soldi sotto il cuscino. Anche perché dalla carta non si possono prelevare più di 100 euro al mese;
  • Fanne buon uso! – Spenderli si, ma bene. Qui forse tocchiamo l’apice del paternalismo: chi riceve il reddito di cittadinanza non potrà spenderlo nel gioco d’azzardo. Tempo fa si arrivò a usare l’espressione “spese immorali”. Imporre un divieto del genere implica chiaramente una scarsa fiducia nella capacità dei cittadini di usare i soldi ricevuti nel modo giusto, e cosa c’è di più paternalista di questo?;
  • Le punizioni necessarie – e a proposito di fiducia, chi tradisce quella di papà-Stato incorrerà in pene severissime: dai 2 ai 6 anni di reclusione per chi falsifica l’Isee (per l’omicidio colposo se ne danno 5) e da 1 a 3 se non comunichi prontamente variazioni di reddito all’ente di riferimento. Il buon padre sa anche usare il bastone, quando serve.

Le differenze con il reddito di base universale

Quando il Movimento Cinque Stelle iniziò, ormai anni fa, a parlare di reddito di cittadinanza, sembrava intendere qualcosa di simile allo Universal Basic Income, ovvero l’idea di elargire a tutti (ricchi e poveri) un reddito in modo incondizionato. Ancora oggi il fondatore Beppe Grillo fa spesso riferimento alla misura, studiata a livello internazionale ma mai applicata, se non in sperimentazioni a livello locale.

Qui avevo scritto più nel dettaglio sulle differenze tra reddito di base e il nostro reddito di cittadinanza

È chiaro che il reddito di cittadinanza per come è uscito alla fine è qualcosa di profondamente diverso. Probabilmente timorosi di far additare la propria creatura come eccessivamente “assistenzialista”, negli ultimi anni il Movimento ha cercato sempre più di presentarlo come una misura al tempo stesso di lotta alla povertà e di orientamento alla ricerca del lavoro. Le misure “anti-divano” mostrate all’ultima festa del Movimento Cinque Stelle sono un chiaro sintomo di questo timore.

Il reddito di base universale è un’idea molto meno paternalista. Nel considerare il reddito come un diritto umano, non pone limiti su come utilizzarlo. Dal momento che molti dei suoi sostenitori partono dal presupposto che molti lavori oggi svolti da uomini saranno presto rubati dai robot, il reddito per loro è un modo per liberarsi dalla necessità di lavorare, e lasciare l’uomo libero di realizzarsi come meglio crede.

Non a caso, la misura è appoggiata, oltre che da economisti e pensatori di sinistra, anche da molti libertari, che considerano il reddito di base un possibile sostituto degli attuali sistemi di welfare burocratizzati e gestiti dallo stato centrale.

Un punto di vista libertario sul reddito di base

Altre tracce di paternalismo nel governo gialloverde

Se mi sono soffermato molto sul reddito di cittadinanza è perché ritengo che sia l’espressione più evidente della tendenza paternalistica dell’attuale governo italiano. Ma non è certo l’unica.

L’esecutivo italiano risponde (o tenta di rispondere) a un bisogno espresso da ampie fasce dell’opinione pubblica, italiana e non solo. Il bisogno di protezione. A questo bisogno, che storicamente emerge nelle fasi di incertezza, gli statunitensi hanno risposto eleggendo Donald Trump, un altro padre, per quanto spesso aggressivo e severo, che promette di riportare il Paese ai bei tempi andati, quando tutti avevano la pelle bianca e lavoravano in fabbrica. Make America Great Again.

Anche il governo Conte offre protezione. In particolare, il Movimento Cinque Stelle lo fa sul versante economico, con promesse di sostegno per i poveri e i disoccupati e una forte insistenza su uno Stato che “torna al fianco dei cittadini” (fateci caso).

La Lega, invece, lo fa sul versante identitario. Protezione dei confini, ritorno ai tempi in cui le cose erano più semplici. Guardate il video qui sotto, del confronto pre-elettorale Salvini-Boldrini. A un certo punto (non ricordo quando, dovete avere la pazienza di cercarvelo), Boldrini accusa il rivale di voler riportare il Paese “ai tempi della nonna”. Non aveva capito che è esattamente ciò che molti, in questo momento, vorrebbero. Salvini, che invece l’ha capito, risponde infatti che in fondo i tempi della nonna non erano così male:

Ah, i bei tempi andati. Un richiamo potente, tanto più in momento in cui le giovani generazioni vivono con la certezza che staranno peggio di quelle che le hanno precedute. Quale padre non vorrebbe per i propri figli un ritorno a quei tempi più lieti?

E chiudiamo con l’abitudine, diventata ossessione, del ministro Salvini di presentarsi vestito con la divisa di un qualche corpo dello Stato. Se ci rivolgiamo alla Polizia o ai Vigili del fuoco, probabilmente siamo in un qualche tipo di difficoltà. Loro sono lo Stato che protegge e rassicura, a cui ci affidiamo fiduciosi come bambini che si affidano a un padre. Il motivo di questa mossa sta lì, e rientra nel generale discorso paternalista portato avanti, su più fronti, dal Governo italiano.

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Classe 1992, genovese. Affascinato dalla politica, su LoT provo a raccontarla in tutte le sue sfumature. Cose di oggi, di ieri, parole e idee che danno forma al modo in cui vediamo il mondo.

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