Proteste democrazia

Da un po’ di tempo si pubblicano molti libri sulla democrazia e sulla sua presunta crisi. L’ascesa di forze politiche definite in vari modi tra cui populiste, anti-sistema, anti-politiche, nazionaliste, nazional-populiste o euroscettiche (in questo caso ovviamente per quel che riguarda l’Europa) ha spinto molti studiosi a chiedersi se i valori che stanno alla base della democrazia liberale siano in qualche modo a rischio.

Fino a qualche anno fa non era così comune pensare che la democrazia fosse a rischio. Anzi. Negli anni ’90, con la caduta del muro di Berlino e dell’Unione sovietica, nel mondo occidentale si diffuse la convinzione che la democrazia liberale si fosse ormai imposta definitivamente. In quegli anni, Francis Fukuyama arrivò a ipotizzare La fine della storiacioè che con il sistema liberal-democratico l’umanità avesse raggiunto la forma definitiva di organizzazione sociale, che sarebbe diventata l’unica a livello globale. Ma se lo studioso americano ebbe la prudenza di avvisare che lungo questo cammino sarebbero state possibili delle deviazioni anche lunghe e significative, a livello generale la convinzione di essere arrivati a una situazione definitiva e immutabile era abbastanza diffusa.

Forse anche per questo, in anni recenti, si è inizialmente faticato a inquadrare il problema, si è trattato il cosiddetto populismo come un fenomeno importante ma in fondo minoritario, alieno e magari pure passeggero. Solo da poco abbiamo iniziato a considerare che potrebbe esserci qualcosa che non va a un livello più profondo, che ha a che fare proprio con la tenuta stessa della democrazia liberale.

Recentemente ho letto due libri al riguardo, di cui credo sia interessante parlare insieme perché offrono due spunti diversi per affrontare l’argomento della crisi che la democrazia sta vivendo ai giorni nostri: Popolo vs democrazia di Yascha Mounk e La democrazia del narcisismo di Giovanni Orsina. L’impostazione dei due libri è diversa, a cominciare dall’individuazione del problema.

Che succede alla democrazia liberale?

I due libri in questione (uno in versione ebook) e un pezzo del tavolo di casa mia

Secondo Yasha Mounk la democrazia liberale è stata resa possibile da alcune contingenze storiche, che, nel mondo occidentale, si sono verificate tutte insieme a partire dal secondo dopoguerra:

  • Dominio dei mass media, che nei vari contesti nazionali hanno contribuito a creare un linguaggio e una cultura condivisa, fissando le “regole del gioco” e isolando le idee più estremiste;
  • Un’economia in crescita, che ha aumentato il tenore di vita medio e convinto che ogni generazione sarebbe stata meglio di quella precedente;
  • Società nazionali mono-etniche, o in cui la “gerarchia etnica” era comunque ben definita e riconosciuta.

Tutti e tre questi fattori sono oggi in crisi, e il loro venir meno comporta anche la crisi del sistema politico che sostenevano. La diffusione dei social media ha trasformato un modello comunicativo “da uno a molti” dell’era dei mass media in uno “da molti a molti” in cui infinite verità si scontrano tra loro ogni giorno e le idee estremiste non vengono più confinate ai margini del dibattito pubblico. L’economia ha smesso di crescere e con essa il tenore di vita. La vecchia convinzione che ogni nuova generazione sarebbe stata meglio di quella precedente oggi sembra ai più un’ingenua illusione. Infine, “i bianchi” si sentono sempre meno maggioranza nei propri Paesi e vedono minacciato il proprio universo valoriale e culturale (e l’autore, che si riconosce in una cultura di tipo progressista, non nasconde sia una cosa piuttosto spiacevole da dire).

Il risultato del venir meno di queste condizioni è una condizione di ansia e incertezza permanente, che avrebbe reso i cittadini molto meno affezionati di un tempo all’idea della democrazia. A sostegno di questa tesi, Mounk elenca una serie di sondaggi piuttosto inquietanti, in cui scopriamo che a molti di noi non dispiace l’idea che a guidare il proprio Paese sia un solo leader forte o persino un governo militare e che meno di tre statunitensi su dieci pensano sia importante vivere in un sistema democratico, una percentuale in costante calo dagli anni trenta in poi. A essere particolarmente disilluse verso la democrazia liberale, poi, sarebbero le generazioni più giovani, fattore di ulteriore inquietudine per il futuro.

Diverso è il punto di Giovanni Orsina, per cui la democrazia non è in crisi perché sono venute meno delle condizioni storiche che l’avevano resa possibile, ma perché è proprio nata con delle contraddizioni interne che ora starebbe venendo fuori con maggiori evidenza.

Alla base dell’idea democratica c’è la promessa di auto-determinazione assoluta dell’individuo, che in virtù di questo deve essere reso libero di plasmare la propria esistenza come meglio crede. Un individuo del tutto auto-determinato, però, tende a rifiutare non solo ogni forma di autorità, ma anche le tradizioni e le usanze che tengono unite comunità (siano queste nazionali o di altro genere) e che l’individuo non ha scelto in prima persona. Il paradosso, dice Orsina, è che la rottura di questo tipo di legami sociali rende a sua volta impossibile una reale emancipazione democratica dell’individuo.

Il professore di storia contemporanea della Luiss si riallaccia a una lunga tradizione di riflessioni sui limiti della democrazia, il cui capostipite può essere considerato Alexis de Tocqueville, autore de La democrazia in America. Nel suo libro, frutto di un viaggio negli Stati Uniti, l’aristocratico francese individuò molti temi che sarebbero diventati dei classici del pensiero politico come la tendenza dei cittadini di una democrazia alla sottomissione alla maggioranza e al dispotismo dolce dell’opinione pubblica.

Nella reinterpretazione storica di Orsina, la pretesa dei cittadini democratici di prendere direttamente decisioni politiche e la sempre minor disponibilità a seguire degli ordini ha portato, a inizio novecento, a un clima di iperpolitica, il cui tragico risultato sono stati i totalitarismi. Nel secondo dopoguerra, l’uomo-massa viene ricondotto nei binari democratici da sistemi statali più complessi e burocratizzati, in cui molte decisioni vengono prese da organismi tecnocratici non eletti. Un processo (e qui Orsina concorda almeno in parte con Mounk) favorito anche dalla crescita economica.

Ma il peccato originale era sempre lì, pronto a riemergere, e l’occasione questa volta è la “cesura libertaria” degli anni sessanta, la cui massima espressione furono le proteste del 68. Anche in questo caso, i sessantottini promettevano l’emancipazione dell’individuo, una tendenza inizialmente politica ma che poi, con il clima di disimpegno degli anni settanta, si è tradotta in un sostanziale ripiegamento nella dimensione privata e nell’allontanamento dalla politica di ampie fasce della popolazione. Le élite di ogni colore politico, anziché provare a contrastare questo clima di individualismo esasperato l’hanno assecondato, la destra con le promesse di libertà economica e la sinistra spostando gran parte della propria attenzione dalle battaglie sociali a quelle per i diritti individuali.

Il risultato è il narcisista, nuovo esemplare umano che dà il titolo al libro, un individuo isolato che legge la realtà solo ed esclusivamente con il filtro della propria esperienza personale. Un individuo forse poco adatto alla democrazia. La democrazia del narcisismo è il risultato che viviamo ai giorni nostri.

Democrazia illiberale e liberalismo antidemocratico

Orban e Putin
Il presidente russo Vladimir Putin e quello ungherese Viktor Orban. Credits kremlin.ru

Se la democrazia del narcisismo è lo sbocco naturale del quadro storico descritto da Orsina, Yascha Mounk individua altri due fenomeni che, da fronti opposti, mettono a rischio la democrazia liberale: la democrazia illiberale e il liberalismo antidemocratico.

La democrazia liberale è frutto di un compromesso tra sovranità popolare da un lato (democrazia – potere al popolo) e tutela delle libertà individuali e dei diritti delle minoranza dall’altro (liberalismo). Le costituzioni di diversi Paesi europei del secondo dopoguerra si ispirano a questo principio: il popolo è sovrano nei limiti della Costituzione. Tradotto, non si può introdurre la pena di morte o la discriminazione razziale, nemmeno con un voto a maggioranza.

Democrazia illiberale e liberalismo antidemocratico sono entrambi frutto di uno sbilanciamento di questo equilibrio, da una parte o dall’altra. La democrazia illiberale si ha quando, in nome della volontà popolare, si negano i diritti delle minoranze o le libertà costituzionali, come nella Russia di Putin o nell’Ungheria di Orban. Dall’altro lato, il liberalismo antidemocratico si ha quando, in nome della tutela delle libertà ma anche della necessità di governare con competenza fenomeni complessi, si sottraggono quasi tutte le decisioni dal controllo democratico. L’esempio, in questo caso, è l’Unione europea, per cui l’autore ritiene sia necessario inserire maggiori strumenti di partecipazione dal basso.

Mounk definisce entrambe le tendenze pericolose per la democrazia liberale, ma è nella prima che vede i rischi maggiori. Se portato alle estreme conseguenze, infatti, l’abbattimento delle tutele delle libertà individuali lascerà lo stesso popolo senza difese contro un nuovo potere assoluto.

Le soluzioni?

Arrivati al capitolo sulle soluzioni proposte dai due studiosi, Orsina si rivela il più pessimista dei due e ammette di non voler avventurarsi, per il momento, in alcun genere di proposte.

Del resto, è lo stesso Orsina (che si concentra di più sul caso italiano) a constatare che forse gli italiani non sono mai stati affezionati più di tanto all’idea della democrazia liberale, se si considera che i partiti di massa che hanno dominato la scena dal secondo dopoguerra in poi (Democrazia cristiana, Partito socialista e Partito comunista) non erano esattamente alfieri di quel genere di cultura. E che, fatto non secondario, il nostro Paese non ha conosciuto una reale alternanza di potere per quasi tutta la seconda metà del novecento, con i comunisti esplicitamente esclusi dal Governo.

Più audace è Yascha Mounk (e più ottimista, visto che in un’intervista a Linkiesta ha detto che la democrazia è destinata a vincere, nel lungo periodo) che nella parte finale del libro indica alcune possibili soluzioni per rivitalizzare la democrazia liberale:

  • Addomesticare il nazionalismo: le forze democratiche devono riappropriarsi dell’idea di patria, declinandola in modo diverso dai nazionalisti, ma non lasciando loro l’esclusiva;
  • Risanare l’economia con politiche fiscali più eque per una miglior ridistribuzione della ricchezza, maggiori investimenti in ricerca e sviluppo e politiche abitative inclusive, che partano da una una riduzione del costo degli alloggi (per farlo propone di rendere più facile costruire e costruire di più, e su questo da genovese avrei qualcosa da ridire);
  • Rigenerare la fede civica, con un’educazione che a partire dalle scuole evidenzi i vantaggi della democrazia liberale.

Non so dire se un piano del genere funzionerebbe. Probabilmente l’idea di risanare del tutto la democrazia liberale è un’illusione. Ma di idee, di sicuro, ce n’è bisogno.

Cosa ne pensi?

Se hai considerazioni e pensieri o vuoi segnalare errori/imprecisioni presenti in questo articolo, scrivilo nei commenti.

Condividi!

Se questo articolo ti è stato utile per capire meglio qualcosa o ti è piaciuto, condividilo sui social o consiglialo a un amico, potrebbe essere utile o piacere anche a qualcun altro!

Classe 1992, genovese emigrato a Milano, giornalista praticante ed eterno studente. Appassionato di politica più di quanto sia sano esserlo, su questo blog cerco di raccontarla per come la capisco io.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *