Trump Pelosi

Trascrivo qui l’edizione n. 1 della LoTletter, che gli iscritti hanno ricevuto sabato (gratuitamente) nella loro casella di posta elettronica. Per gli altri, è possibile iscriversi ai prossimi numeri cliccando qui.

L’idea della LoTletter è fornire, ogni ultimo sabato del mese, un approfondimento su un argomento di attualità, uno solo, ma indagato sotto diversi punti di vista: la sua storia e i suoi aspetti più “nascosti” ma importanti per comprenderlo meglio.

Nel primo numero, per esempio, ho parlato dello shutdown del Governo degli Stati Uniti, che con i suoi trentacinque giorni è stato il più lungo di sempre (ne avevo già scritto, in versione ridotta, qui). Il tempismo, in questo caso, mi ha aiutato: il giorno prima di mandare la newsletter Trump e il Congresso avevano trovato un accordo per riprendere a finanziare le attività federali per le prossime tre settimane. Oggi, invece (lunedì 28 gennaio) gli 800 mila dipendenti federali interessati hanno ricominciato a ricevere regolarmente lo stipendio dopo cinque settimane.

Nella LoTletter, inoltre, ho cercato di fare un punto il più possibile completo sul famoso muro al confine con il Messico, che è poi il motivo di scontro principale tra Casa Bianca e Congresso.

Eccola:

Il lunghissimo shutdown degli Stati Uniti: attualità e storia

Il 29 settembre 1976 il presidente degli Stati Uniti Gerald Ford pose il veto su un finanziamento di 56 miliardi di dollari destinato al Dipartimento Lavoro e Salute, Educazione e Welfare approvato dal Congresso. Non fu un grosso problema, per i democratici in ampia maggioranza sia alla Camera che al Senato, che l’uno di ottobre dello stesso anno scavalcarono lo stop presidenziale riapprovando la legge con una maggioranza superiore ai due terzi in entrambi i rami del Parlamento.

Successe però che, preso dalla battaglia politica, il Congresso dimenticò di approvare la legge per finanziare il resto del Governo per l’anno successivo, che deve essere approvata entro il trenta settembre. Soltanto undici giorni dopo, l’undici ottobre, le camere approvarono una continuing resolution, un particolare tipo di legge che consente di finanziare i servizi pubblici sulla base del budget stanziato per l’anno precedente.

Quegli undici giorni furono il primo shutdown federale nella storia degli Stati Uniti

Quarantadue anni dopo quella prima volta sarebbe cominciato lo shutdown più lungo di sempre. I servizi federali statunitensi non essenziali sono rimasti fermi dallo scorso ventidue dicembre fino al venticinque gennaio, per l’incapacità del Presidente e del Congresso di trovare un compromesso sul finanziamento del famoso “muro” al confine con il Messico. Da una parte la Casa Bianca chiede più di cinque miliardi di dollari per realizzare la promessa più famosa fatta da Donald Trump sin dall’inizio della campagna elettorale del 2015/16, dall’altra Camera e Senato sono disposti ad accordarne meno di un miliardo e mezzo. Nel momento in cui scrivo questa newsletter, è stato trovato un accordo per finanziare le attività governative per le prossime tre settimane, durante le quali le due parti continueranno la loro difficile trattativa. 

La distanza tra Casa Bianca e Congresso si è accentuata ancora di più quando, lo scorso tre gennaio, è entrata in carica la nuova Camera a maggioranza democratica, frutto delle elezioni di metà mandato dello scorso novembre. Vista così sembra semplice da raccontare: una parte vuole il muro per difendere i confini, l’altra non lo vuole. La questione, in realtà, è un po’ più sfumata. 

La questione del muro, spiegata con calma

Ora chiudete gli occhi e provate a immaginare un muro. Probabilmente nella vostra testa si è formata l’immagine di un insieme di mattoni rossi attaccati col cemento, o in alternativa un monolite grigio di cemento armato. Comunque una barriera solida, che divide nettamente due spazi.

Donald Trump ha più volte lasciato intendere che avrebbe costruito qualcosa del genere, al confine con il Messico. Il muro è stato da subito l’immagine più potente della sua campagna elettorale del 2016, simbolo di una nazione che si riappropria dei confini. Le folle che partecipavano ai comizi del candidato repubblicano scandivano il coro build the wall, build the wall, build the wall!

Probabilmente, però, quello che verrà costruito al confine tra Stati Uniti e Messico sarà qualcosa di molto diverso da quello che vi siete immaginati quando avete chiuso gli occhi o da quello a cui pensavano molti di coloro che scandivano build the wall ai comizi di Trump di due o tre anni fa. Sarà, con ogni probabilità, una serie di pali d’acciaio posti a distanza ravvicinata l’uno dall’altro (Steel Slat Barrier), abbastanza stretti per non far passare nessuno ma abbastanza larghi per consentire agli agenti del Border Patrol che pattugliano il confine di vedere cosa succede dall’altra parte. È la soluzione preferita dal Dipartimento per la Homeland Security, dal Congresso e anche, in realtà, dallo stesso Trump, che lo scorso 21 dicembre ne forniva un’immagine dal suo account Twitter:

Qui, però, sorge un problema. Ed è un problema di comunicazione, di storytelling come direbbero quelli bravi. Trump vuole che la barriera che verrà costruita venga chiamata muro. I democratici, invece, no. Molta della contesa sta qui, più che sui provvedimenti concreti. Nel 2020 si vota per il nuovo Presidente, Trump vuole conquistare il secondo mandato e vuole presentarsi al popolo americano come il presidente che ha costruito il muro e per farlo ha bisogno che i giornali, i social e la gente per strada usino la parola wall. I democratici – chiunque sarà il loro candidato – vogliono descrivere l’avversario come uno che non mantiene le promesse. 

Guardate come ha reagito Trump quando il suo ex Capo di Gabinetto John Kelly ha detto che l’idea di un muro vero e proprio è stata abbandonata sin dalle prime fasi della sua amministrazione:

L’idea del muro non è MAI STATA ABBANDONATA. C’è bisogno che il messaggio passi forte e chiaro. La consigliera della Casa Bianca Kellyane Conway ha definito la battaglia in corso tra le due parti un “dibattito semantico”. Muro è solo una parola, da proteggere o da abbattere, quella in corso è una battaglia tra narrazioni. Una battaglia che però ha delle conseguenze molto concrete, come vedremo più avanti quando parleremo degli effetti economici dello shutdownÈ l’era della comunicazione, bellezza.

Ma usciamo un attimo da questo vortice di parole, narrazioni e guerriglia politica e proviamo ad andare al nocciolo. Cosa vuole farci, Trump, con tutti quei soldi che ha chiesto per garantire la sicurezza al confine e che solo il Congresso può concedergli?

Secondo una stima del dipartimento della Homeland Security, con cinque miliardi di dollari l’Amministrazione Trump potrebbe coprire i 240 chilometri dove ancora ancora non c’è alcuna protezione fisica del confine e avanzerebbero dei soldi per migliorare, aggiornare tecnologicamente o sostituire altri 104 chilometri di barriera.

I 240 chilometri in questione sono una piccola parte del confine, lungo in tutto più di tremila chilometri e in gran parte già “protetto” da una qualche forma di barriera. Di questi, circa 170 chilometri sono nella valle del Rio Grande, al confine tra Texas e Messico, punto di transito per la maggior parte degli immigrati in arrivo dal Centro America. Non sorprende che coprire quell’area (“settore” come vengono chiamati le zone del confine) sia la priorità assoluta dell’amministrazione. 

Sempre secondo stime di esperti, i settori su cui l’Amministrazione vorrebbe intervenire con i soldi richiesti potrebbero essere i seguenti, in ordine di priorità:

  • Valle del Rio Grande (170 chilometri), in Texas;
  • Yuma (43 chilometri) in Arizona;
  • El Centro (23 chilometri) nella California orientale;
  • Loredo (89 chilometri) nel Texas occidentale;
  • San Diego (8 chilometri) nella California occidentale;
  • El Paso (14 chilometri) tra il Texas occidentale e il New Mexico.
Credits U:S: Government Account, Flickr

Per fare tutto ciò, però, all’amministrazione servono tanti soldi, da qui la richiesta di cinque miliardi di dollari di finanziamenti. In realtà, il Congresso non moriva dalla voglia di accordare la cifra richiesta dalla Casa Bianca nemmeno quando era in mano ai repubblicani, compagni di partito di Trump ma storicamente poco propensi alle grandi spese di denaro pubblico. Quando lo shutdown è cominciato – a mezzanotte del 22 dicembre – il Partito repubblicano aveva ancora la maggioranza sia alla Camera che al Senato. Eppure, tutto quello che aveva concesso per finanziare la sicurezza al confine erano stati 1,6 miliardi di dollari, a fronte dei cinque chiesti da Trump. In quel caso, mentre la Camera era disposta ad andare incontro alle richieste del Presidente, fu il Senato a opporsi, anche a causa dell’ostruzione della minoranza democratica.
Dopo il tre gennaio, con la maggioranza della Camera passata al Partito democratico, Trump ha sfoderato la proverbiale aggressività che ama usare come arma negoziale in una trattativa, e ha aumentato ulteriormente le richieste: 5,7 miliardi. I democratici, rappresentati in questa fase dalla Speaker della Camera Nancy Pelosi, hanno risposto abbassando la quota del bilancio destinata alla sicurezza lungo il confine: 1,3 miliardi è la nuova posizione della Camera.

Lo Speaker della Camera (House of Representatives) è un ruolo paragonabile al nostro Presidente della Camera, ma è politicamente molto più importante. In questo momento, con un repubblicano alla Casa Bianca, Pelosi è l’esponente del Partito democratico di livello più alto. 

Si tratta, in entrambi i casi, di fondi che andrebbero aggiunti a quanto già stanziato negli anni scorsi. I lavori attualmente in corso lungo il confine sono finanziati ancora dai 341 milioni di dollari stanziati dal bilancio federale 2017 (l’ultimo dell’amministrazione Obama) mentre i cantieri per i progetti finanziati dal bilancio del 2018 (per cui sono stati stanziati 1,375 miliardi di dollari, la stessa cifra che ora propongono i democratici) cominceranno solo a febbraio 2019. Ciò significa che anche se Trump non investisse più un solo dollaro nella costruzione del suo muro, i lavori continueranno negli anni a venire, finanziati dai bilanci degli anni scorsi. 
È su questo punto che la politica statunitense si è incartata, è per questo che per trentacinque giorni una buona parte dei servizi pubblici federali (quelli “non essenziali”) sono rimasti bloccati e che 800 mila dipendenti federali sono rimasti più di un mese senza ricevere lo stipendio.

Ma da dove viene questa strana usanza di “chiudere” il Governo? E che conseguenze sta avendo sull’economia americana? 

Il governo chiuso: la sua storia, cosa significa e cosa comporta

I ventuno shutdown che si sono alternati dal 1976 a oggi sono tutti conseguenze del Congressional Budget and Impoundment Control Act, una legge del 1974 che regola il ruolo del Congresso nel processo di approvazione del bilancio federale. I primi sei, però, avvenuti tra le presidenze Ford e Carter, non ebbero grosse conseguenze. Il Governo prendeva atto di non essere stato capace di finanziare i servizi pubblici federali, che però sostanzialmente continuavano a essere erogati finché la falla non veniva tappata. E questo era quanto.

Le cose cambiarono decisamente tra il 1980 e il 1981 quando l’allora Attorney General (Procuratore Generale) Benjamin Richard Civiletti stabilì che la mancata approvazione del bilancio da parte del Congresso avrebbe comportato la mancata erogazione dei servizi a esso collegati. Lo fece optando per un’interpretazione più rigorosa dell’Antideficency Act, una legge votata per la prima volta nel 1884 e modificata più volte che fissava la necessità dell’approvazione del Congresso per ogni servizio erogato con soldi federali. Un principio che si chiama “potere di borsa”, che la Costituzione americana attribuisce al Congresso già nel primo articolo, sezione sette comma nove:

No money should be drawn from the treasury, but in consequence of appropriations made by law

Nessuna somma potrà esser pagata dal Tesoro se non in conseguenza di stanziamenti disposti con legge

Dopo la svolta di Civiletti, il primo shutdown che comportò un’effettiva chiusura delle attività governative non essenziali si ebbe tra il venti e il ventitré novembre 1981, presidente Reagan. Ecco un elenco di tutti gli shutdown della storia americana, divisi per presidenza:

  • Presidenza Ford (1974-1977): 1 shutdown di 11 giorni;
  • Presidenza Carter (1977-1981): 5 shutdown di 13, 9, 10, 18 e 12 giorni:
  • Presidenza Reagan (1981-1989): 8 shutdown di 3, 2, 3, 4, 3, 2, 2 e 2 giorni);
  • Presidenza Bush H.W. (1989-1993): 1 shutdown di 4 giorni;
  • Presidenza Clinton (1993-2001): 2 shutdown di 6 e 21 giorni;
  • Presidenza Bush W. (2001-2009): 0 shutdown;
  • Presidenza Obama (2009-2017): 1 shutdown di 16 giorni;
  • Presidenza Trump (2017-in corso): 3 shutdown di 2, 1 e 35 giorni.

(Se siete fissati, e proprio vi interessa sapere per ognuno di questi casi quando e perché lo shutdown cominciò e quando e come finì potete leggere questo bell’articolo di Vox)

Da questa lista si capisce come la chiusura parziale del Governo sia un evento piuttosto frequente, negli Stati Uniti. Il più delle volte succede per pochi giorni, ma capita anche che diversi servizi pubblici possano venire interrotti per settimane, come nel caso del secondo shutdown dell’era Clinton o di quello dell’era Obama, quando buona parte del Governo smise di funzionare rispettivamente per ventuno e sedici giorni. Quale parte? Quella classificata come non essenziale per la sicurezza nazionale, che nel caso dell’ultimo shutdown ha voluto dire800 mila dipendenti pubblici senza stipendio stipendio per trentacinque giorni: 420 mila hanno continuato lo stesso a lavorare, 380 mila sono rimasti a casa. 

(In questo articolo di Reuters, il dettaglio dei lavoratori coinvolti, dipartimento per dipartimento) 

L’ex giovane scrittore di discorsi di Obama David Litt ha raccontato lo shutdown del 2013 nel libro Grazie Obama, da poco pubblicato in Italia. La prospettiva è molto personale, ma rende bene l’idea:

L’idea di un blocco delle attività amministrative iniziò come una boutade. Ma a settembre era quasi una certezza. Ciò che seguì alla Casa Bianca fu una specie di giorno del Giudizio dei colletti bianchi. Prima i funzionari vennero divisi in due gruppi. Se il tuo lavoro era cruciale per la sicurezza nazionale, o se eri un membro di alto livello dello staff, venivi messo nel personale indispensabile. Io finii nella seconda categoria, e se avessi dovuto darle un nome sarei stato più gentile. “Personale prezioso”. “Personale ancora speciale”. O anche solo “secondo gruppo”. Ma la burocrazia federale se ne fregava dei miei sentimenti. Per decreto del governo degli Stati Uniti ero ufficialmente “non indispensabile”. 
Dopo la cernita vennero i rigidi avvertimenti legali. Durante lo shutodwon (la chiusura), se avessi inviato una sola email dal mio BlackBerry avrei rischiato una multa di cinquemila dollari. Non sapendo quando sarei tornato nel mio ufficio, frugai nei cassetti e buttai nel cestino gli snack deperibili. Le ultime incombenze furono qualcosa di molto più serio. Le assistenti trottavano dietro ai loro capi per spiegare come trasferire una chiamata o scegliere una stampante dal menù a tendina.
Alla fine, il 30 settembre, come un preside il giorno prima di una bufera di neve, POTUS (Obama, ndr) apparve in televisione per fare l’elenco degli uffici e dei servizi che sarebbero rimasti chiusi. Poche ore dopo il suo annuncio lasciai l’ufficio. Appesi il mio badge in fondo all’armadietto e poi, per non cadere in tentazione, aprii il BlackBerry, tirai fuori la batteria e buttai entrambi in un cassetto.
Nei giorni successivi mi sentii come uno scolaretto a cui è bruciata la scuola. In astratto sapevo che per la gente lo shutodown era un danno. Ma da un punto di vista personale: vacanza!

David Litt - Grazie Obama


In questo momento diversi economisti stanno cercando di quantificare il danno economico dello shutdown che David Litt percepiva in astratto. Non è un compito semplicissimo, perché diversi centri di ricerca e raccolta dati sull’economia statunitense sono rimasti chiusi a causa dello stesso shutdown. Ma se economisti e studiosi non sono sempre d’accordo sull’entità del danno, tutti concordano su un punto: bloccare il Governo non ha fatto bene all’economia americana.

Per settimane sono rimasti chiusi diversi parchi pubblici, e lo sono stati nel periodo natalizio, quando in genere sono molto frequentati. Oltre all’ovvio danno della mancata paga dei dipendenti (che pure, con la ripresa dell’attività del Governo, vengono rimborsati delle settimane di stipendio perse), sono rimaste ferme tutte le attività che hanno come clienti gli stessi lavoratori federali e gli appaltatori di lavori pubblici. Hanno avuto problemi aziende come Uber e Pinterest, che vogliono quotarsi in borsa per la prima volta (e per farlo devono fare una IPO – Initial Public Offer) e sono rimasti sospesi tutti gli accordi e tutte le fusioni aziendali che hanno bisogno dell’ok della Federal Trade Commission. In generale, è rimasto bloccato per trentacinque giorni tutto ciò a cui serve l’autorizzazione del Governo: i produttori di birra artigianale che vogliono farsi approvare la propria etichetta o le compagnie aeree a cui serve il permesso per pianificare nuovi voli. Nelle tre settimane di riapertura dell’attività verranno probabilmente confermati i finanziamenti per alcuni servizi sociali importanti, come i buoni pasto destinati a trentotto milioni di americani poveri, che sono rimasti a rischio per tutta la durata dello shutdown

Kevin Hassett, capo dei consiglieri economici della Casa Bianca, ha stimato che una settimana di shutdown costa 0,13 punti di crescita e che gli effetti negativi si vedranno nel lungo termine.  

FONTI:


E questo è quanto c’è da sapere sullo shutdown. Spero che la newsletter vi sia piaciuta, o almeno vi abbia aiutato a capire qualcosa di più su questo argomento. 

Prima di salutarci, un paio di letture consigliate dagli articoli di LoT dell’ultimo mese:

  • Una storia di fantapolitica dalla Francia, nel 2022. Alle elezioni presidenziali Emmanuel Macron cerca un secondo mandato, ma per ottenerlo dovrà battere un certo Bernard Martin, candidato dei gilet gialli. Come ci siamo arrivati? Leggi qui: Francia 2022;
  • È stata una buona idea affidare una scelta come la Brexit a un referendum, un tipo di votazione che prevede una scelta tra due alternative precise? E in fondo qual è la funzione di un referendum? Ci ho pensato un po’ su in questo articolo: Il referendum sulla Brexit è stato una buona idea?;
  • Alessandro Rosa (mio collega al Groupe d’études géopolitiques che si occupa soprattutto di Africa) ha regalato a LoT un articolo grandioso sulle elezioni presidenziali in Congo dello scorso dicembre, in cui siamo finiti a parlare di Africa, democrazia e storia. Si impara molto, leggendolo: La democrazia in Congo (e in Africa).

La LoTletter torna il 23 febbraio, l’ultimo sabato del mese, con un nuovo argomento approfondito con calma. Nel frattempo, seguite il blog su Facebook o sul canale Telgram e consigliate la newsletter agli amici. Ci si iscrive cliccando qui.

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Classe 1992, genovese. Affascinato dalla politica, su LoT provo a raccontarla in tutte le sue sfumature. Cose di oggi, di ieri, parole e idee che danno forma al modo in cui vediamo il mondo.

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