Kabila

di e con Alessandro Rosa

Ho chiesto ad Alessandro Rosa, genovese (come me), sampdoriano (come me) e collaboratore, come me, del Groupe d’études géopolitiques di scrivermi qualche riga sulla situazione in Congo, dove lo scorso dicembre si sono tenute le elezioni presidenziali.

Alessandro, da autentico nerd della politica e geopolitica africana, mi ha risposto con un documento word di sei pagine scritte fitte, ricolmo di storia, fatti e dati. Ho deciso di condividere con voi lettori questo piccolo tesoretto per comprendere meglio una parte della complessa realtà africana.

Il testo è diviso per macrotemi, per orientarci meglio in un argomento che da solo richiederebbe una biblioteca per quanto è vasto, e che spesso ci arriva avvolto da uno spesso strato di pregiudizi e luoghi comuni.

No, non basta la povertà, non bastano gli immigrati o i colpi di stato militari a spiegare l’Africa. C’è molto, molto di più e in tutto questo c’è il Congo, Paese immenso e dalla storia immensamente complicata, che lo scorso dicembre ha aggiunto un nuovo, tormentato capitolo alla sua vicenda. Da qui lascio la parola ad Alessandro.

Le elezioni presidenziali del 2018

Ceni Congo 2018
Membri della Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI) durante le operazioni di conteggio dei voti. Credits: MONUSCO Photos, Flickr

Le elezioni per eleggere il nuovo presidente del Congo si sono svolte il 30 dicembre del 2018 in un clima molto teso, dopo due anni di rinvii e temporeggiamenti. Ad affrontarsi erano da una parte il delfino del presidente uscente Joseph Kabila Emanuel Shadary e dall’altra un polo d’opposizione, rappresentato da Martin Fayulu, da cui si è poi separato Felix Tshisekedi e l’Union pour la Démocratie et le Progres Sociale (UDPS). Motivi di particolare tensione e dibattito durante la campagna elettorale sono stati il voto elettronico (facilmente manipolabile), e la non candidabilità di personaggi di spicco della politica congolese: signori della guerra come Jean-Pierre Bemba ed ex-governatori come Moise Katumbi.

I primi risultati ufficiali, ma ancora provvisori, dicono che a vincere le elezioni sarebbe stato Felix Tshisekedi, un risultato che è una sorpresa a essere buoni e – a voler essere più realisti – un serio problema per la credibilità e la mancanza di trasparenza delle operazioni di spoglio. I sondaggi pre elettorali davano infatti vincitore con un margine piuttosto importante Fayulu (quotato intorno al 45%), l’altro rappresentante dell’opposizione, mentre Tshisekedi era dato secondo o persino terzo. Invece, la Commission Electorale Nationale Independente (CENI) ha attribuito a Fayulu solo il 34-35% e a Tshisekedi il 38-39% (Shadary – erede designato del presidente uscente Kabila – terzo con circa il 25%).

Certo, è pur sempre possibile che i sondaggi si siano sbagliati, ma l’opposizione all’ex presidente Kabila accusa Tshisekedi di aver voluto indebolire il fronte degli avversari dell’ex presidente. Accuse riprese anche da Fayulu, che si sente defraudato della vittoria e ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale (ultimo ostacolo alla vittoria di Tshisekedi) e ha accusato Tshisekedi di avere fatto un accordo con Kabila per mantenere al potere una figura a lui affine, senza mettere a rischio tutto il sistema economico e politico messo in piedi. .

Effettivamente, Fayulu per alcuni rappresenta una minaccia interna allo status quo, forte del suo background accademico e professionale occidentale, ed è considerato un candidato troppo vicino alla Francia, che si è spesa in sua difesa. Quindi le accuse di un accordo sottobanco non sarebbero campate per aria.

Per seguire l’evoluzione della situazione, le dinamiche da tenere a mente sono due:

  1. Sul fronte interno, la diatriba tra la CENI e la Conferenza Episcopale, un’istituzione che in Congo ha influenza non solo religiosa ma anche politica. Quest’ultima, infatti, ha reso noto dei dati radicalmente differenti. Con questo, alcune rivelazioni hanno messo in dubbio la veridicità di quanto detto dalla Commissione Elettorale.
  2. Sul fronte internazionale, i tentativi di mediazione, per adesso ancora in divenire, della SADC (organizzazione dell’Africa Australe, di cui la RD Congo fa parte) e dell’Unione Africana (UA), che recentemente hanno avanzato critiche sul sistema di spoglio, chiedendo di bloccare le proiezioni e ricontare i voti scrutinati. La centralità politica della RD Congo ha fatto montare la tensione internazionale, mettendo alla prova la capacità di mediazione di questi attori.

A prescindere da chi sarà il vincitore di questa disputa, citare tutte le priorità del nuovo presidente sarebbe impossibile, ma su tre punti si può andare sul sicuro: gestione delle crisi umanitarie legate alla situazione sanitaria e ai focolai di ebola, piano (ennesimo) di cooptazione delle milizie nelle forze armate nazionali (con relativo disarmo), una diplomazia più centralizzata su Kinshasa per una gestione migliore delle risorse minerarie e la definizione di una forte sovranità su tutto il territorio, una missione molto complessa, da legare anche al parziale isolamento diplomatico.

LoT: i fatti descritti sono recenti, ma su di loro sembra incombere un passato pesante. Difficile capirli appieno senza un minimo di background, di comprensione della storia di questo grande e dannato Paese. Alessandro ha avuto la pazienza di farmi un piccolo riassunto delle puntate precedenti.

La storia del Congo, riassunta (molto)

Lumumba Patrice
Patrice Lumumba, Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo tra giugno e settembre del 1960. Credits Wikimedia Commons

La centralità geopolitica del Congo, secondo Paese più grande dell’Africa dopo l’Algeria, è stata descritta da Frantz Fanon nel libro I dannati della terra (1965): “ L’Africa ha la forma di una pistola, il Congo è il suo grilletto”. Uno grilletto che ha per capitale Kinshasa, che sintetizza tristemente tutte le problematiche dell’Africa indipendente: ricchezza di risorse sfruttate da una sola élite, mancanza di un vero apparato amministrativo, debolezza del ceto medio, sfaldamento delle forze armate e militarizzazione selvaggia, assenza dello stato.

Nota con il nome di Zaire nel passato recente, l’attuale Repubblica Democratica Congo è stata una colonia belga. Re Leopoldo II, uno dei sovrani più noti e discussi nell’Europa ottocentesca, credeva che per il neonato Belgio fosse fondamentale dotarsi di un impero con delle colonie proprie. Per raggiungere lo scopo, negli anni ’70 dell’800 fondò dei comitati scientifici per l’esplorazione dei bacini fluviali tropicali ed equatoriali. Il comitato scientifico belga per l’Africa equatoriale aveva il suo focus nel bacino del fiume Congo.

Fu Stanley, l’esploratore inglese che compì gli studi su commissione della Corona belga, a dare vita a quello che chiamò Stato Libero del Congo, uno stato autonomo dal Belgio, trattato da proprietà privata da re Leopoldo. Il risultato dell’operazione fu la totale artificiosità dei confini territoriali del nuovo Stato-proprietà di Leopoldo, enormi e molto eterogenei. A quel periodo risale inoltre la Conferenza di Berlino (1884-1885), con cui le potenze europee si spartirono, di fatto, il continente africano.

Nel 1908, lo Stato Libero del Congo diventa colonia di Stato e inizia a chiamarsi Congo Belga. La gestione coloniale del Belgio in Congo (descritto perfettamente dal libro  “Cuore di Tenebra” di Conrad) non ha favorito la creazione di un quadro amministrativo e di un ceto dirigente locale. Questo fattore, assieme ad una sistematica violazione dei diritti umani, ha reso il Congo uno Stato fragile, una fragilità che non sarà superata con la conquista dell’indipendenza nel 1960, ottenuta con un processo sin troppo rapido.

La mediazione tra Belgio e comunità congolesi si è basata solo sull’aspetto politico e ha tralasciato la gestione economica delle risorse. La conseguenza è stata una costante dipendenza estera dello Stato, che non ha saputo creare un’economia propria nonostante la ricchezza di risorse.

La debolezza dello Stato ha poi impedito una reale unità tra le diverse comunità che lo popolavano. Essendo un Paese a geopolitica fortemente variabile, le zone occidentali della comunità bakongo hanno sempre vissuto con tensione e preoccupazione le vicende politiche nelle zone orientali, più vicine all’Africa dei Grandi Laghi e alla comunità swahili.

A questa dinamica, se n’è aggiunta una terza: la lotta per l’indipendenza della provincia meridionale del Katanga, ricca di risorse minerarie e sostenuta da alcuni attori occidentali (Belgio su tutti). Grosso modo, si può dividere la storia del Congo-Kinshasa (questo il nome subito dopo l’indipendenza) in tre fasi:

  1. 1960-1965: presidenza Kasavubu, segnata dall’assassinio del leader panafricano e primo ministro di stato Patrice Lumumba (17 Gennaio 1961), l’intervento della forze ONU in Congo (per mantenere l’integrità del territorio), e il colpo di stato di Mobutu del 1965;
  2. 1965-1997: presidenza Mobutu, segnata da un cambio di nome (Zaire dal 1972), un’economia fortemente basata sull’esportazioni di risorse primarie, soprattutto per la produzione di armi (per esempio, quelle usate dagli USA in Vietnam) e una riforma restrittiva sulla cittadinanza (1981), apertura al pluralismo politico (1990)
  3. 1997-oggi: due guerre del Congo e presidenza Kabila

Quest’ultima fase è quella che più di tutte sta segnando la situazione congolese attuale. Le due guerre del Congo sono state una pagina tragica della storia globale recente. Con il genocidio ruandese del 1994, le province orientali del Congo hanno assistito a una conflittualità di bassa intensità, sfruttata dai Paesi limitrofi (Ruanda ed Uganda) per influenzare le vicende congolesi. Questi Paesi hanno formato e armato una formazione ribelle, l’AFDL (Alliance des Force Démocratique pour la Libération), con a capo Laurent-Desiré Kabila per conquistare tutto il paese, fino a Kinshasa, e deporre Mobutu.

Laurent-Desiré Kabila era un nome noto ed antico dell’opposizione paramilitare a Mobutu, un rivoluzionario che aveva ricevuto addestramento da Che Guevara durante gli anni ’60. La sua ascesa alla presidenza, nel 1997, ha anticipato la Seconda Guerra del Congo,  che i paesi dei Grandi Laghi (Ruanda, Uganda e Burundi) hanno mosso contro lo stesso Kabila, l’alleato di un tempo. La tragedia della Seconda Guerra del Congo, sulle cui stime in termini di morti ed effettivi c’è un dibattito molto acceso, si può dividere in tre fasi:

  1. 1998-1999: inizio della guerra e pace di Lusaka, si passa ad una vera e propria occupazione delle zone orientali;
  2. 1999-2002: i fronti si bloccano, ascesa di Joseph Kabila a seguito della morte del padre (2001), accordi di Sun City in Sudafrica
  3. 2002-2006: disimpegno delle forze straniere (solo formale)

Joseph Kabila, fino al Dicembre 2018 presidente congolese, è stato braccio destro dell’AFDL in molte occasioni durante la Prima Guerra del Congo (quelle per deporre Mobutu), e si è legittimato come leader del Paese con la vittoria alle elezioni presidenziali del 2006. Tra i suoi quattro vicepresidenti il più importante era Etienne Tshisekedi, fondatore dell’Union pour le Démocratie et le Progres Sociale (UDPS). Se il suo nome vi dice qualcosa è perché è il padre di Felix, il vincitore provvisorio delle presidenziali di dicembre.

LoT: colonialismo, guerre civili, uno Stato debole dominato da poche e potenti famiglie. La storia del Congo è simile a quella di molti altri Stati africani ma è in un certo senso più grande, non fosse altro per le su dimensioni. Ma che Paese è, oggi, il Congo?

Il Congo oggi, riassunto molto

Congo
Credits: Wikipedia

Il Congo di oggi è un Paese diviso, con una zona orientale in cui lo Stato di fatto non esiste nella sostanza e in cui i progetti internazionali di disarmo per le varie milizie sono un fallimento dopo l’altro. Molto attiva in particolare è la milizia Alliance of Democratic Forces (ADF), presente nella provincia dell’Ituri e nella città di Bunia e Beni (ai confini con l’Uganda). Questa compagine ha tenuto banco nelle cronache internazionali e formalmente è il motivo che ha spinto le autorità di Kinshasa a rinviare il voto delle presidenziali in quelle zone. Inoltre, le capacità dello Stato di sfruttare le proprie risorse minerarie ed estrattive (attualmente soprattutto il coltan, usato per smartphone e computer) sono limitate, perché costantemente al centro di traffici illegali che passano per altri paesi, Uganda e Ruanda su tutti.

In questo contesto ha assunto un forte significato simbolico l’assegnazione del Nobel per la Pace del 2018 a Denis Mukwege, chirurgo congolese noto per il suo attivismo e l’azione di contrasto delle violenze sessuali contro le donne in situazioni di guerra. Un premio che ha dato un minimo di centralità a un Paese da sempre considerato periferico.

LoT: allarghiamo un secondo lo sguardo: come sta l’Africa? E come sta, soprattutto, la democrazia in Africa? Spero non ovunque come in Congo…

La democrazia in Africa

Il centro di ricerca Mo Ibrahim Foundation rilascia ogni anno uno studio sulla tenuta dello stato del buon governo nel continente: le ultime rilevazioni non hanno modificato sostanzialmente quanto detto negli anni precedenti. La piena stabilizzazione dello Stato e della democrazia in Africa è in divenire, con Paesi che stanno migliorando lentamente (come Somalia e Costa d’Avorio) e altri più a rischio come il Niger, a noi caro per la questione immigrazione. Ma non si può parlare delle problematiche del continente senza parlare dello stato e della sua sovranità sul territorio ed entro i suoi confini.

Gli anni ’80, definiti “gli anni perduti dell’Africa”, hanno portato alla delineazione di una serie di politiche internazionali economiche e finanziarie, i noti “programmi di aggiustamento strutturale”, che hanno promosso privatizzazione e decentramento dello Stato, a cui hanno fatto seguito una serie di programmi per la democratizzazione e il pluralismo. Il problema principale è stato il collasso che ne è seguito, causato da un assetto fortemente accentrato sulle istituzioni nazionali, non ancora in grado di misurarsi con il mercato dei beni e servizi globali.

Il collasso dell’economia e dello Stato, assieme con il termine della Guerra Fredda, ha portato a situazioni di fragilità e di crolli, soprattutto dal punto di vista militare, e a diverse crisi umanitarie. È importante parlare di questo per far capire che i problemi dell’Africa non sono frutto di un generico “caos”, ma la risultante di dinamiche interne ed esterne, le cui conseguenze sono sotto gli occhi di buona parte dell’opinione pubblica globale.

LoT: parli spesso della debolezza dello Stato in Africa, ma lo Stato non è un’invenzione europea? Non possiamo – ragionando in prospettiva storica – azzardare che sia stata proprio l'”imposizione” del modello organizzativo dello Stato-nazione la radice dei problemi africani?

La storia pre-coloniale africana era caratterizzata dall’ascesa di una serie di imperi  con generiche sfere d’influenza, soprattutto in tre zone: Africa Occidentale, Africa Centrale e Congo e  Corno d’Africa. Non esisteva in effetti nulla di simile al nostro Stato-nazione. A frapporsi tra queste sfere d’influenza erano assetti di potere non accentrati, in cui la società era segmentaria attorno a nuclei familiari ed assetti clanici. Questa visione antropologica è stata inserita, in maniera più o meno efficiente, nello Stato-nazione, importato dall’esperienza coloniale europea, che portò a uno stravolgimento dell’organizzazione dell’economia e del lavoro (per esempio, con l’introduzione della settimana lavorativa), e nella concezione dello spazio: nell’Africa pre-coloniale non esistevano confini fissi.

Detto questo, bisogna mettere in chiaro due cose: non è vero che la spartizione del continente è stata imposta dall’alto (Congo Belga a parte), ed è falsa l’assenza di un vero nazionalismo in Africa. Le lotte per l’indipendenza hanno infatti generato reali sentimenti di appartenenza locale a una definita bandiera o leader.

L’ascesa dei network clanici, etnici e tribali (uso per semplicità tre termini molto estesi e vaghi) è avvenuta a causa della già citata crisi della centralità dello Stato, assieme con una selvaggia militarizzazione (fagocitata soprattutto dall’estero), che ha portato ad una violenza generalizzata, attualmente soprattutto in Sudan del Sud e Repubblica Centrafricana. La RD Congo rappresenta un caso di Stato-nazione molto fragile, ancor di più per l’estensione del suo territorio, e di una democrazia che è riflesso di un assetto costituzionale indebolito dai network informali del potere politico ed economico.  La corruzione, spesso, sostituisce totalmente lo Stato, e i programmi di nazionalizzazione rischiano di rafforzare quelle stesse reti clientelari che si dovrebbero abbattere. Lo Stato, insomma, rischia di rappresentare solo una parte della comunità o solo il ceto politico più abbiente.

La democrazia in Africa non è tutta uguale: alcuni esempi

Ahmed Abiy
Il primo ministro etiope Abiy Ahmed, protagonista di una stagione di riforme nel suo Paese. Credits Wikimedia Commons

È in questo quadro che si sviluppa la dinamica della democrazia nel continente. Per capire la complessità del fenomeno, servono dei distinguo. La situazione generale può essere decisamente migliore di qualche anno fa, ma non mancano criticità.

In Africa Occidentale si sono create situazioni molto diverse tra loro: ci sono Paesi come Senegal, Ghana e Benin, in cui il pluralismo è stato necessario per rafforzare lo Stato, e altri (Burkina Faso, Togo, Niger, Guinea Bissau) che, in diversa misura e con diverse dinamiche, fanno fatica a recuperare governance tramite processi di democratizzazione. Il potere egemone militare ed economico della zona, la Nigeria, vede la sua geopolitica radicalmente differenziata (soprattutto tra nord e sud del Paese) come un ostacolo per il pieno rafforzamento dello Stato in tutte le zone. Attualmente, la dinamica politica nigeriana si basa sull’alternanza confessionale e religiosa del Capo di Stato (ciò significa che l’attuale presidente Buhari, musulmano, dovrà essere succeduto da un cristiano). Questo assetto ha rischiato di implodere a più riprese, ma sta tuttora tenendo, nonostante Boko Haram nel nord e le organizzazioni paramilitari attive nel sud, chiaramente, non aiutino.

Anche nel Corno d’Africa e nei Grandi Laghi stiamo assistendo a dinamiche diverse: in Etiopia l’ascesa di un rappresentante dell’etnia Oromo, Abiy Ahmed, come primo ministro etiopico ha portato a un diplomazia di rottura con il passato (con la pacificazione con l’Eritrea) e a nuove politiche sociali e di integrazione della popolazione femminile e delle fasce più giovani nella macchina economica del Paese, che in questo momento ha il tasso di aumento del PIL più elevato al mondo.

In Uganda e Ruanda, si sta assistendo ad una continuità dello status quo, con i presidenti Kagame (Ruanda) e Museveni (Uganda) che stanno rafforzando, anche grazie a una geopolitica a loro favorevole, che si basa soprattutto su un’egemonia militare. Il Burundi, invece, ha visto l’accentramento e l’autoritarismo come un indebolimento della sovranità e la stabilità dello stato, non potendo contare sulle potenzialità economiche dei vicini.

In Africa Australe abbiamo una situazione “positiva”, con Zambia, Namibia e Botswana caratterizzate da un alto tasso di partecipazione e pluralismo politico. Lo Zimbabwe, uno Stato sull’orlo del collasso per una gestione economico-finanziaria estremamente carente e per una rete di corruzione troppo fitta per porre un programma di rafforzamento delle istituzioni tramite il pluralismo, rimane la pecora nera del gruppo. Il Sudafrica, il paese dell’African National Congress (ANC) di Mandela, ha messo, e tuttora sta mettendo, i diritti economici dei cittadini come priorità fondanti dell’assetto politico dello Stato, soprattutto per le comunità di colore, che anche dopo la fine dell’apartheid non hanno visto migliorata la propria condizione. La delicata gestione della macchina economica ha portato anche a provvedimenti dolorosi, come l’aumento delle tasse universitarie, che ha causato un’esplosione del malcontento tra i giovani. Inoltre, molti dubbi sulla tenuta dello stato, e soprattutto del potere dell’ANC, sono sorti con lo scandalo corruzione che ha investito Jacob Zuma, poi sostituito da Cyril Ramaphosa.

Chiudiamo il nostro tour del continente in Africa settentrionale, regione di cui si parla molto sia perché ci riguarda da vicino per i flussi migratori, sia – qualche anno fa – per i fatti di cronaca noti come Primavere Arabe.

I tre Paesi della regione che sono stati investiti dalle agitazioni delle “Primavere” (Egitto, Libia, Tunisia) hanno vissuto dinamiche differenti, ma sostanzialmente simili per alcuni tratti. Le Primavere Arabe, più che vere e proprie rivoluzioni radicali con una chiara proposta di rottura, sono state operazioni politiche rischiose, per quanto mediaticamente appetibili. La varietà delle domande e delle pressioni politiche ricevute hanno fatto sì che le forze armate, in quanto detentrici del monopolio legittimo dell’uso della forza, diventassero la vera compagine di mediazione.

In Libia, lo sfaldamento delle forze armate è stato il riflesso di una pesante divergenza politica delle varie anime regionali libiche, che hanno causato lo scoppio della guerra. In Egitto hanno agito in un primo momento a favore della Fratellanza Musulmana di Morsi per poi rimpiazzarlo l’anno dopo con Al-Sisi. La Tunisia, invece, viene indicata come un democrazia riuscita. La presidenza di Essebsi ha portato a un quadro di riforme, anche in senso liberale (basti pensare alla legge sull’eredità, che parifica donne e uomini), ma ha fatto persistere una situazione istituzionale molto simile a quella precedente, dove rimangono diversi problemi sociali e di competizione politica permangono, in maniera molto rischiosa. Nel sud del paese, soprattutto nella città di Kasserine è scoppiata una nuova ondata di proteste, che potrebbe propagarsi anche a Tunisi e in altre realtà del Paese, attualmente sfiancato dalla crisi libica e dai foreign fighters. La situazione tunisina non è tragica come nei vicini, ma la stabilità della democrazia e dell’assetto istituzionale è molto più fragile di quanto noi europei possiamo pensare.

Difficile infine identificare la situazione in Algeria, che sta di fatto aspettando l’uscita di scena del vecchio e malato presidente Bouteflika e del Front de Libération Nationale (FLN, il partito degli eroi dell’indipendenza dalla Francia) per capire il suo futuro in termini di stabilità dell’assetto democratico.

Come si può notare, è difficile trovare una formula univoca per descrivere lo stato della democrazia africana.

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Classe 1992, genovese. Affascinato dalla politica, su LoT provo a raccontarla in tutte le sue sfumature. Cose di oggi, di ieri, parole e idee che danno forma al modo in cui vediamo il mondo.

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