Il senatore Elio Lannutti ha condiviso su Twitter una tesi complottista e antisemita smentita da tempo e tanti (vabbè tanti, tanti su Twitter, quindi pochi) si chiedono perché il Movimento Cinque Stelle, il suo partito, non si sia deciso a espellere il proprio rappresentante, come fatto con altri esponenti in altre occasioni.

La tentazione di far notare l’incoerenza è forte (ma come, De Falco che non vota il decreto sicurezza si e Lannutti che condivide bestialità no?) ma pensarla così vuol dire, in un certo senso, accettare la logica che siano i partiti a decidere vita e morte politica dei parlamentari, quando dovrebbero essere questi ultimi a rappresentare la nazione, con le proprie idee, i propri valori e le proprie intelligenze individuali.

Il problema è che questo modo di pensare, quello per cui si vota il partito e non il singolo parlamentare, è quello che va per la maggiore. Vedasi la recente elezione speciale per il seggio Cagliari, resasi necessaria per le dimissioni di un deputato del M5s. Ha votato il 15% degli aventi diritto. Se l’idea è quella di assegnare un assegno in bianco per comandare, che ci frega di un singolo seggio?

Ci hanno abituato così anni di leggi elettorali che tolgono agli eletti ogni responsabilità dei propri atti e delle proprie dichiarazioni, eliminando ogni rapporto tra il voto dei cittadini e la qualità dei singoli chiamati a rappresentare l’Italia in Parlamento.

Eredità malata della democrazia fortemente incentrata sui partiti e poco sui singoli che ha caratterizzato l’Italia dal dopoguerra in poi. Il fatto è che i partiti, almeno, facevano selezione della classe dirigente interna, ora manco più quello. E questo sistema produce i Razzi, gli Scilipoti e i Lannutti.

Classe 1992, genovese emigrato a Milano, giornalista praticante ed eterno studente. Appassionato di politica più di quanto sia sano esserlo, su questo blog cerco di raccontarla per come la capisco io.

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