Gilets Jaunes

Dal sito di Le Monde del 22 maggio 2022. Sera. Sono appena stati pubblicati i risultati del primo turno delle elezioni presidenziali:

Sarà tra Emmanuel Macron e Bernard Martin il secondo turno delle elezioni presidenziali francesi. Il primo, candidato della République En Marche, cerca la riconferma e il secondo mandato presidenziale. Il secondo, candidato del Mouvement des gilets jaunes, cerca di portare “Il popolo all’Eliseo”, come ha ripetuto nel corso di tutta la campagna elettorale. Tra due settimane il verdetto.

Strana storia, le presidenziali francesi del 2022. C’è il presidente Emmanuel Macron e c’è il francese qualunque, Bernard Martin. C’è l’alto funzionario, ex banchiere, diventato politico e poi presidente nel 2017 e c’è il falegname di Calais.

Non è uno scontro tra due partiti, è una guerra civile tra chi vuole portare il popolo all’Eliseo e chi vuole evitare a tutti i costi che accada. Sono due francie che non si conoscono, non si parlano, non si frequentano. Destra o sinistra, conservatori o progressisti, gollisti o socialisti, sono tutte parole che non hanno più senso. Tutto si riduce a questo scontro, a evitare che vincano gli altri.

Ma mica ci siamo arrivati così, dall’oggi al domani.

L’ascesa dei gilet gialli

Nel 2018 a un certo punto dei manifestanti con il giubbotto catarifrangente si sono messi a protestare contro le politiche del presidente Macron, organizzando blocchi stradali in tutto il Paese.

A scatenare la rivolta fu la decisione del Governo di aumentare le tasse del carburante per finanziare politiche ambientaliste. La protesta cominciò nelle campagne, dove le persone sono più dipendenti dai mezzi privati per muoversi e lavorare, ma in poco tempo arrivò a Parigi.

Per mesi, ogni sabato, i manifestanti col gilet giallo – diventato rapidamente un simbolo – continuarono a protestare contro Macron e continuarono anche dopo che il presidente rinunciò al progetto di riforma che aveva innescato il loro movimento.

Poi i gilet gialli (ormai tutti li chiamavano così) fondarono un movimento vero e proprio, che si presentò per la prima volta alle elezioni europee del 2019. Prese il 9,8%: tanto per essere una lista nata pochi mesi prima, poco per le aspettative che aveva creato.

Dopo quelle elezioni l’entusiasmo intorno al movimento dei gilet gialli, per un po’, si spense. Le manifestazioni di piazza persero molta dell’intensità iniziale, diventando col tempo stanchi rituali collettivi per poi sparire del tutto. Ma non c’era puntata di talk show senza il suo bravo ospite col gilet giallo. I loro temi – alcuni molto seri e popolari, altri un po’ strampalati – dominavano l’agenda pubblica.

I politici “moderati” come Macron e quel che restava di repubblicani e socialisti si davano molto da fare per smontarli o deriderli. I populisti, invece, cercavano più o meno apertamente di strizzare l’occhio alle loro proposte, copiandole o provando a scavalcarle, come quando alla proposta dei gilet gialli di tassare i grandi redditi al 90% Mélenchon rispose proponendo una tassazione al 95% e a quella di chiudere le frontiere Marion Maréchal Le Pen (divenuta nel frattempo leader del Rassemblement National al posto della zia Marine) ribatté che oltre a quello sarebbe servito rendere di nuovo la Francia una nazione cristiana, rimpatriando i musulmani che avessero rifiutato la conversione.

Le idee dei gilet gialli, insomma, dominavano il dibattito pubblico, ma non sembrava ci fosse lo spazio per un loro soggetto politico autonomo. Poi arrivò il 2022 e tutto cambiò molto rapidamente.

La cosa gialla

Anche se si era smesso di parlarne, il logo della lista dei gilet gialli per le europee del 2019 esisteva ancora. A inizio gennaio del 2022 un oscuro ricco imprenditore acquistò i diritti per il suo utilizzo e, senza fare troppo rumore, iniziò una campagna di reclutamento di potenziali candidati per le elezioni legislative su tutto il territorio nazionale.

L’iniziativa ebbe molto successo nelle zone rurali e nei piccoli centri, venne quasi ignorata a Parigi e nelle altre grandi città.

In un modo o nell’altro, esisteva di nuovo una lista dei gilet gialli, e si sarebbe presentata alle elezioni legislative di quell’anno. Non solo, avrebbe presentato anche un proprio candidato alla presidenza. Chi? Non importava, la scelta venne fatta a sorte nella lista dei 5 mila iscritti a un apposito portale online e la sorte disse Bernard Martin, 56 anni, falegname di Calais, molto arrabbiato.

C’era anche un’importante novità, rispetto al 2019. Questa volta la campagna elettorale dei gilet gialli era seguita da un team di comunicazione che indicava esattamente cosa dire e come dirlo ai candidati. Il programma rimaneva vago ma il messaggio di fondo era chiarissimo e veniva ripetuto con insistenza, a ogni occasione: Il popolo all’Eliseo.

I gilet gialli non erano più un insieme eterogeneo di candidati talvolta bizzarri che dicevano ciò che passava loro per la testa. Erano organizzati, e questo avrebbe fatto tutta la differenza del mondo. Ebbero anche un po’ di fortuna, che non guasta.

La campagna elettorale

Gli elettori di Macron non erano troppo felici del loro candidato, ma sapevano che era l’unica scelta possibile. Nel corso del suo primo mandato si era dato da fare perché, nel partito come nel governo, non nascessero figure alternative alla sua e ora si ritrovava come unico campione (un po’ ammaccato) di tutta quella Francia che guardava con orrore ai gilet gialli, all’estrema destra e all’estrema sinistra. Al primo turno Macron trionfò, senza troppe sorprese, a Parigi, in tutte le grandi città e in genere nelle zone più ricche del Paese.

Più interessante fu ciò che accadde dall’altra parte.

Marion Le Pen si rivelò un leader meno abile di quanto sembrasse all’inizio. Il suo messaggio eccessivamente identitario buttò alle ortiche la lunga opera di dédiabolisation della zia. Il Rassemblement (che molti ancora chiamavano Front National) tornò a essere percepito come una forza troppo estremista dalla maggior parte dei francesi e gli elettori che gli si erano avvicinati negli anni per le tematiche sociali cominciarono a vedere nei gilet gialli un’alternativa più credibile.

A sinistra Mélenchon, ancora molto popolare ma ormai settantunenne e candidato alla presidenza per la terza volta, venne attaccato in quanto troppo vecchio e in quanto, di fatto, esponente della vecchia classe politica. In qualche modo l’intensa campagna di comunicazione messa in piedi in questo senso portò qualche risultato.

Senza contare che, a differenza di Le Pen e Mélenchon, i gilet gialli furono capaci di portare alle urne elettori che nel 2017 si erano astenuti. Nelle zone rurali la loro, più che una vittoria, fu un trionfo, mentre a Parigi raccolsero meno del 10%.

E così arrivammo a questa situazione, a questo ballottaggio tra due mondi diversi. Ma le sorprese non erano finite lì.

Il ballottaggio

Alla conferenza stampa post-voto Mélenchon, con un notevole colpo di teatro, si presentò indossando un gilet giallo e si disse convinto che i suoi elettori avrebbero votato Bernard Martin per porre fine al “regime” macroniano. Lui, almeno, l’avrebbe fatto. Poche ore dopo arrivò l’appoggio anche di Marion Le Pen.

Ai gilet gialli, nel 2022, riuscì un’operazione in fondo simile a quella di Macron nel 2017. Se quest’ultimo fu in grado di rompere il dualismo tra destra e sinistra moderate e a presentarsi come un credibile rappresentante di entrambe, i gilet gialli fecero lo stesso con le due forze agli estremi dello specchio politico.

In Francia, nel 2022, nacque un nuovo dualismo, a lungo cullato negli anni precedenti e finalmente giunto al round finale. Destra e sinistra erano morte definitivamente, le parole d’ordine erano nuove.

Due mondi che più distanti non sarebbero potuti essere arrivarono al ballottaggio. La scelta questa volta era chiara, inequivocabile: A o B.

E il vincitore fu…

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Classe 1992, genovese. Affascinato dalla politica, su LoT provo a raccontarla in tutte le sue sfumature. Cose di oggi, di ieri, parole e idee che danno forma al modo in cui vediamo il mondo.

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