Mappa Artico

Nel 2015 ho fatto l’Erasmus in Islanda, e da allora mi è rimasta attaccata una certa passione per le cose fredde e molto a nord. Sarà per questo che oggi ho deciso di parlarvi di un argomento che ho iniziato a studiare e su cui scrivo per La lettre du lundì, una rassegna settimanale del Groupe d’études géopolitiuqes che ogni lunedì riporta i principali fatti geopolitici della settimana precedente: la politica dell’Artico.

In Italia, si sa, abbiamo cose molto più importanti di cui occuparci, tipo il padre di Di Maio o cosa mangia Salvini. Forse però è il caso di iniziare a occuparci di ciò che accade nel nord del pianeta, che a causa di mutamenti ambientali, politici ed economici sta diventando rapidamente una regione cruciale per gli equilibri mondiali.

In questo articolo riporto i motivi principali per cui questo argomento ha iniziato a interessarmi e per cui penso che sia importante.

Perché mi interessa l’Artico

Ighiacci dell’Artico si stanno sciogliendo a una velocità impressionante. E dove si scioglie il ghiaccio riemerge l’acqua, sull’acqua passano navi che trasportano merci, che a loro volta portano ricchezza. Ah, e il petrolio, non dimentichiamo il petrolio e i gas naturali che stavano sotto, improvvisamente molto più accessibili al primo che se li va a prendere.

Questo è l’Artico oggi, spiegato male. E questo è il motivo per cui sarebbe meglio cominciare a prestarvi attenzione. I fissati di geopolitica stanno cominciando a farlo ma sono fissati, appunto. Al di fuori della loro ristretta nicchia, l’argomento non è esattamente mainstream. Eppure dovrebbe, perché al gioco partecipano le potenze più mainstream di tutte: la Russia per prima, poi la Cina, gli Stati Uniti e anche, con la consueta discrezione, l’Unione europea.

Chi c’è nell’Artico

Partiamo dalla geografia. Gli Stati puramente artici, cioè quelli tagliati dal Circolo Polare Artico, sono Russia, Norvegia, Canada, Danimarcaperché ha la Groenlandia, Stati Uniti perché hanno l’Alaska, Svezia e Finlandia. Il Consiglio artico (l’organizzazione internazionale più importante della regione) include tra gli Stati membri anche l’Islanda, che il Circolo lo sfiora soltanto.

Il Consiglio artico. Una lista di chi ne fa parte mostra piuttosto chiaramente come l’interesse per questa zona di mondo abbia ormai travalicato di molto il 66° parallelo (quello del Circolo). Tra i Paesi “osservatori permanenti” ci sono dal 2013 Cina, Corea del Sud, Giappone, India e Italia e dal 2017 Singapore e Svizzera. Gli osservatori permanenti partecipano ai lavori con dignità pari a quella degli 8 artici “originali”.

Poi ci sono ancora gli osservatori “non membri” come Francia, Germania, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito e Unione europea, che vorrebbe diventare permanente ma viene sempre bocciata dalla Russia. Per ammettere nuovi membri nel club serve infatti il parere favorevole di tutti quelli che ne fanno già parte e il candidato deve dimostrare l’utilità del proprio apporto alla regione. Non è semplicissimo, l’Italia è stata aiutata dalla presenza importante di Eni e dall’attività di ricerca scientifica nelle isole Svalbard.

La posta in gioco

Inumeri. Secondo la United States Geological Survey, il valore complessivo del petrolio sotto i ghiacci e le acque dell’Artico si aggira intorno ai 18 trilioni di dollari, quanto l’economia degli Stati Uniti. La regione nasconderebbe poi il 40% delle riserve mondiali di combustibili fossili e il 30% di tutte le risorse naturali del pianeta.

Fino a ieri (davvero, fino a ieri) questo tesoro era difficilmente accessibile, i costi per raggiungerlo e trivellare ghiaccio e fondali troppo alti perché il gioco valesse la candela. Oggi molto meno, e ancora meno lo sarà nell’immediato futuro. Il ghiaccio si scioglie da un lato e, dall’altro, Russia e Cina si stanno dotando di navi rompighiaccio sempre più potenti, a propulsione nucleare, già in dotazione a Mosca e presto in arrivo a Pechino.

Come interagiscono, i Paesi interessati, di fronte a questa improvvisa abbondanza?

Ci sono due tendenze, opposte e speculari: la collaborazione e la corsa all’oro (e agli armamenti). La prima è rappresentata alla perfezione dal Consiglio artico e da tutte le altre numerose organizzazioni sovranazionali della regione, la cui attività è cresciuta molto d’intensità negli ultimi anni.

Tre anni fa partecipai alla conferenza annuale dell’Arctic Circle, un’organizzazione che si riunisce ogni autunno a Reykjavik. Ero in Erasmus in Islanda e ci avevano offerto la possibilità di andare a fare i volontari per la logistica della conferenza, ascoltare le conferenze e bere a scrocco agli eventi serali.

In tre giorni salirono sul palco rappresentanti da tutto il mondo: politici, diplomatici, scienziati e imprenditori, tutti a esporre le proprie buone intenzioni: sviluppo economico ma nel rispetto dell’ambiente e della cultura delle popolazioni autoctone.

Poi c’è l’altra faccia della medaglia, e ha un aspetto più feroce.

La corsa all’Artico

Questo è un gran bel libro, probabilmente l’unico in italiano sull’argomento. Quasi tutti i dati e le informazioni che leggete le ho prese da qui.

Lerompighiaccio russe e cinesi non servono solo a rompere il ghiaccio. Trasportano anche armi, testate atomiche. Per adesso servono a fare test spettacolari nelle acque nordiche un domani, probabilmente, a tenere i rispettivi fortini.

Parlo di Russia e Cina perché sono loro a investire di più nella zona, da questo punto di vista. La Russia è l’unica, vera, superpotenza artica, la Cina è quella che si sta impegnando di più per diventarlo. Tenendo le rompighiaccio come unità di misura base, la situazione è questa:

  • Russia: 40 (di cui 10 a propulsione nucleare);
  • Finlandia e Svezia: 7 a testa;
  • Canada: 6;
  • Danimarca: 4;
  • Cina 3 (+3 in costruzione);
  • Stati Uniti: 3 (di cui 2 fuori uso);
  • Norvegia: 1.

Naturalmente non ci sono solo le rompighiaccio. Gli Stati Uniti (piuttosto distratti in quest’area del mondo al momento) hanno ereditato diverse basi militari dai tempi della guerra fredda. L’aeroporto di Keflavik, da cui arrivano e partono i voli da e per l’Islanda, nacque come base a stelle e strisce e alla stessa causa sono dedicati villaggi dell’estremo nord della Groenlandia, dell’Alaska e del Canada.

Terre dimenticate dagli uomini (a parte quelli che ci vivevano, che tutta questa storia l’hanno sostanzialmente subita) ma utili a tenere d’occhio l’Atlantico settentrionale e la costa settentrionale del nemico russo.

La Russia. Per l’orso l’Artico è un’antica fissazione, la loro frontiera selvaggia che ispirava romanzi e imprese, l’equivalente del far west dei cowboy. Stalin pensava che la potenza sovietica fosse troppo sbilanciata a ovest e rese la Siberia centro industriale dell’impero, nonché uno dei luoghi più inquinati del pianeta. Putin ha ripreso la tradizione, e sta puntando molto sull’immagine della Russia come nazione artica e sul riarmo della costa nord.

A questo punto però bisogna dire cosa c’entri la Cina, in tutto questo.

Vie (della seta) artiche

La Cina è probabilmente l’attore che più di tutti dà alla corsa all’Artico una portata mondiale. Da un lato, vuole fare dei pescosi mari artici la propria “riserva di proteine” in previsione dei decenni a venire, quando le acque asiatiche si scalderanno al punto da spingere molte razze di pesci a migrare verso nord.

Dall’altro c’è la Via della Seta.

Pechino da qualche anno sta portando avanti un immenso piano di infrastrutture (chiamato con suggestivo richiamo storico “Nuova via della seta”) per collegarsi commercialmente al resto dell’Asia, all’Europa e all’Africa. Il piano prevede investimenti faraonici in infrastrutture di terra (strade, ponti, ferrovie) e di mare (porti), che i Paesi interessati accolgono il più delle volte a braccia aperte.

La via artica liberata dal ghiaccio (che i cinesi chiamano Polar Silk Roadè migliore per raggiungere il ricco mercato europeo rispetto a quella che passa dall’Oceano Indiano e dal canale di Suez: più veloce (si risparmia il 40% del tempo) e meno rischiosa politicamente. Soprattutto se i russi, titolari unici della costa settentrionale asiatica, continueranno a mostrarsi collaborativi in chiave anti-Nato.

La Polar Silk Road, fatta male. Credits: Wikipedia (freccia rossa mia)

La quale Nato, a sua volta, sta cominciando a considerare una via ancora più alternativa e rapida per collegarsi via Artico: la Transpolar Sea Route, che dallo stretto di Bering tra Alaska e Russia taglia dritto fino all’Islanda, evitando il mare troppo ingolfato di isole del Canada settentrionale e di passare davanti alla costa russa.

La transpolar sea route, fatta male (Groenlandia e soprattutto Islanda si stanno attrezzano con porti nuovi e più grandi per diventare punto di transito). Credits: Wikipedia (freccia mia)

Forse ci sarà un po’ di ghiaccio in più da far sciogliere, ma anche lì sembra questione di anni.

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Classe 1992, genovese. Affascinato dalla politica, su LoT provo a raccontarla in tutte le sue sfumature. Cose di oggi, di ieri, parole e idee che danno forma al modo in cui vediamo il mondo.

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