Gilet Jaunes

Da ormai quattro settimane, in Francia i gilet gialli protestano contro il presidente Emmanuel Macron e il suo governo. All’inizio la protesta era nata contro l’aumento del prezzo del carburante, deciso per finanziare misure a favore dell’ambiente, ma ben presto è diventata una vera e propria rivolta contro la presidenza in generale.

I sondaggi dicono che Macron è molto impopolare: solo poco più di un elettore su cinque approverebbe il suo operato. Questi numeri sono diventati persone in carne e ossa, in piazza con la giacchetta catarifrangente che dà il nome al movimento, nato in rete e senza leader.

La protesta è cominciata nelle province rurali, dove le persone sono più dipendenti dall’automobile per lavorare e spostarsi. Nelle ultime settimane, però, si è trasferita a Parigi ed è aumentata di intensità, con scontri anche violenti con le forze dell’ordine e il Governo che, anziché cercare di stemperare la tensione, ha buttato benzina sul fuoco, parlando di persone venute “per uccidere” e addirittura di un tentativo di colpo di stato.

Questa la cronaca minima.

In questo articolo mi interessa però rispondere a una domanda che mi frulla in testa dopo aver letto un po’ di cose al riguardo: perché proprio in Francia? Ho trovato due risposte a questa domanda.

1) – Il populismo spinto fuori dal palazzo

Con l’elezione di Macron nel 2017 la Francia sembrava aver respinto più di ogni altro Paese il cosiddetto populismo. All’Eliseo andava un burocrate con poca esperienza politica, ex banchiere ed ex ministro tecnico di Hollande (l’equivalente di un nostro Padoan, per capirci) dopo una campagna elettorale tutta incentrata sull’europeismo, l’esaltazione della competenza e l'”apertura” posta in contrapposizione alla “chiusura” incarnata invece da candidati come Marine Le Pen, sua avversaria al secondo turno.

Per certi versi Macron ha fatto una campagna elettorale contro-intuitiva: anziché cercare di intercettare pulsioni crescenti nell’elettorato come l’antieuropeismo, la voglia di confini, l’esaltazione del popolo in quanto tale e tutto ciò che per comodità riassumiamo con la parola populismo ha puntato tutto sul loro esatto opposto, e ha vinto la sua scommessa.

Con l’elezione di Macron nel 2017 la Francia sembrava aver respinto più di ogni altro Paese il populismo

Il fatto, però, è che al primo turno di quelle stesse elezioni (cioè quello in cui partecipano tutti i candidati) il 21,3% degli elettori aveva scelto Marine Le Pen, il 19,6% il candidato di sinistra Jean Luc Mélenchon (qui un suo ritratto che scrissi tempo fa) e il 4,7% il candidato del partito di destra sovranista Nicolas Dupont-Aignan. Sommati ad altri candidati di partiti  minori di estrema destra ed estrema sinistra, ci avviciniamo a un 50% di elettori “populisti”.

Questi elettori, chiaramente, non sono evaporati dopo l’elezione di Macron. Stavano lì, messi all’angolo e silenziati da un sistema politico, quello francese, che lascia pochissimo spazio di manovra all’opposizione parlamentare, ma profondamente ostili al nuovo presidente e a tutto ciò che rappresenta.

Ed eccoci arrivati al primo motivo per cui tutta questa storia dei gilet gialli poteva succedere solo in Francia: il sistema politico francese. Ne scrivevo qui:

Perché il presidente francese è il più potente di tutti

Con le elezioni presidenziali i francesi scelgono, più che un Presidente, un vero e proprio monarca repubblicano. Il Capo dello Stato, in Francia, ha poteri che non ha nessun altro leader occidentale, può fare molte cose in autonomia, senza bisogno del consenso del Parlamento, dove comunque il partito di Macron (La Republique En Marche!) ha conquistato un’ampia maggioranza alle elezioni parlamentari, che in Francia si svolgono in un altro momento rispetto alle presidenziali.

Ironia della sorte, il generale De Gaulle pensò l’impalcatura della quinta Repubblica per creare una relazione diretta tra il popolo e il suo leader. Oggi, questo stesso sistema ha creato invece un fossato tra il leader e una parte di popolo, nello specifico quella che sta modificando gli assetti di molte democrazie occidentali, restando però, in Francia, fuori da ogni assetto istituzionale.

Il generale De Gaulle pensò l’impalcatura della quinta Repubblica per creare una relazione diretta tra il popolo e il suo leader

Pensiamoci. Con risultati come quelli del primo turno delle presidenziali del 2017 (Macron al 24%, Le Pen al 21, Fillon dei repubblicani al 20 e Mélenchon al 19) in un Paese come l’Italia o la Germania si sarebbe reso necessario un qualche accordo tra due o più forze politiche, magari con l’ingresso di un partito “populista” nella coalizione di governo e l’inserimento di loro proposte o punti di vista nell’agenda pubblica del Paese. In Francia tutto questo non è successo.

Grazie al sistema del doppio turno, la seconda votazione tra i due candidati più votati, il potere assoluto è andato al candidato che è stato la prima scelta di meno di un elettore su quattro, che a quel punto ha legittimamente reso programma di governo la sua agenda radicalmente anti-populista. E quando pulsioni e istinti popolari non riescono ad esprimersi per via istituzionale, succede spesso che trovino sfoghi diversi: la piazza, la rivolta fuori dal palazzo. I gillet gialli, appunto.

Quando pulsioni e istinti popolari non riescono ad esprimersi per via istituzionale, succede spesso che trovino sfoghi diversi: la piazza, la rivolta fuori dal palazzo

Questo per dire del sistema politico. Poi anche Macron c’ha messo del suo. E qui passiamo al punto due.

2) – Il Presidente che viene da Giove

“Presidente dei ricchi”, “Napoleone”, “Presidente che viene da Giove”. Questi alcuni dei soprannomi che media e avversari politici hanno affibbiato a Macron nel corso del primo anno e mezzo di presidenza.

Lo sappiamo Giove è lontano, lontano anni luce dalla vita dei comuni mortali. Con la sua biografia da membro dell’alta amministrazione francese e la sua agenda anti-populista, gli avversari hanno avuto buon gioco a descrivere Macron come un leader sostanzialmente elitario e distante dall'”uomo comune”, il cui consenso è però ciò che fonda il potere nei sistemi democratici

Lui, in tutta risposta, oltre a fare molto poco per togliersi di dosso questa etichetta, ha provveduto a tagliare i ponti con tutti i cosiddetti “corpi intermedi” tra il potere politico e la società. Istituzioni come i sindacati, i partiti dell’opposizione (ma anche il suo stesso partito, dove non ci sono personalità di rilievo alternative alla sua) sono state tutte escluse dalla sua gestione del potere personalistica e “napoleonica”. Se il sistema politico francese è poco inclusivo di suo, Macron con il suo comportamento ha allargato ulteriormente il fossato che divide l’Eliseo dal resto del Paese.

Le conseguenze le ha spiegate molto Francesco Maselli in uno degli ultimi numeri di Marat, la sua newsletter sulla politica francese:

Macron è vittima del suo successo. Una delle ragioni che hanno portato al potere il presidente francese è stata la crisi profonda dei corpi intermedi e la sua capacità di parlare direttamente con una parte della nazione, che si è riconosciuta in primo luogo nel suo personaggio, e in secondo nel suo messaggio. Questo è dovuto in parte alla genesi dell’elezione diretta del presidente, immaginata dal generale De Gaulle come l’incontro tra il popolo e il suo leader, e come un modo per dare una forte legittimità ai suoi successori (ché lui non ne aveva bisogno, la sua legittimità derivava dalla storia); e in altra parte al cambiamento della società, che ha supportato un giovane politico con una carriera brevissima ritenendo la sua poca responsabilità passata un valore. Ebbene, senza sindacati, senza partiti, senza diaframmi tra il potere e l’elettorato, se la rabbia popolare cerca di esprimersi ha soltanto un bersaglio: il presidente della Repubblica. A mediare non è rimasto nessuno, i luoghi del conflitto e della partecipazione sono rarefatti, chi vuole lamentarsi non ha più interlocutori, la contestazione è a tutto ciò che Macron rappresenta: i centri urbani, la globalizzazione, l’Europa, le élite, i politici (e su questo dovrebbero prendere nota anche i leader dell’opposizione, che si rallegrano delle difficoltà di Macron ma stentano a trarne vantaggio).

(Con Maselli avevo anche fatto una chiacchierata, tempo fa, Macron era stato eletto da un annetto circa. Leggete cosa mi diceva:

Macron: europeista si, ma alla francese. Intervista a Francesco Maselli

È presto per decretare la fine di Macron

Nonostante i bassi indici di popolarità e un Paese in rivolta, è ancora presto per decretare la fine politica di Macron.

Il problema – per gli oppositori politici come Le Pen e Mélenchon – è che nessuno è ancora riuscito a mettere il cappello sul fermento sociale che anima la rivolta contro Monsieur le President e lo scenario dei partiti francesi è estremamente frammentato e confuso.

Una prima indicazione su quanto sia caduta in basso la popolarità di Macron e sullo stato di salute dei suoi oppositori saranno le elezioni europee della prossima primavera, quando l’attenzione si sposterà nuovamente su un altro tema tipicamente di divisione tra populisti e anti-populisti: il futuro dell’Unione europea.

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Classe 1992, genovese. Affascinato dalla politica, su LoT provo a raccontarla in tutte le sue sfumature. Cose di oggi, di ieri, parole e idee che danno forma al modo in cui vediamo il mondo.

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