Dunque, ho letto Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura e mi ha lasciato talmente tanto che ancora devo digerire per bene tutto il suo contenuto, figuriamoci se è il momento di scrivere cosa ne penso. Senza contare che il libro è stato un vero e proprio caso editoriale e che l’ho letto a ormai un anno dalla pubblicazione e che quindi di recensioni, critiche e riflessioni molto migliori di quelle che potrei fare io (come questa o questa) è pieno l’internet.

Per questo ho deciso di usare la teoria di Ventura per interpretare e confrontare altri due libri su giovani americani che mi è capitato di leggere quest’anno e che credo raccontino bene due pezzi molto diversi dell’attualità degli Stati Uniti: Grazie Obama di David Litt, la storia di come un giovane comico riesce a diventare speechwriter del Presidente ed Elegia americana di J.D. Vance, il racconto a tinte decisamente più fosche delle difficoltà della cosiddetta America profonda, in cui molti hanno visto una spiegazione di parte del successo politico di Donald Trump.

Prima, però, è il caso di dirci in due parole in cosa consista e cosa dica la teoria in questione, tanto per capire di cosa stiamo parlando.

La teoria della classe disagiata in due parole

Il libro di Ventura, pubblicato da Minimum Fax nel 2017, è il risultato di una serie di articoli e post dello stesso autore circolati molto in rete negli anni precedenti. L’idea alla base è che ci sia oggi una generazione giovane e ultra-istruita che non trova, nel mercato del lavoro, abbastanza posto per tutti i suoi membri. Questa situazione genera un’ultra-competizione tra gli appartenenti a questa classe, che continuano ad accumulare diplomi e titoli di studio sempre più costosi (rinviando così l’ingresso nell’età adulta) nell’irrazionale speranza che questi gli aprano le porte alla classe sociale a cui sentono di appartenere per educazione e forma mentis: la borghesia intellettuale del terziario avanzato, o la cosiddetta classe creativa, che vive solo del lavoro del proprio intelletto.

Troppo poveri per raggiungere i propri grandiosi obiettivi ma troppo ricchi per rinunciarvi, i membri della classe disagiata vivono in questo limbo a tempo indeterminato, accumulando cultura come i nobili decaduti facevano con vestiti costosissimi che non potevano permettersi, usandola cioè come un bene che in economia si definisce posizionale, utile solo ad ostentare l’appartenenza a una precisa classe sociale.

Il libro si concentra poi sulle cause di questa situazione, tirando in ballo cause storico-economiche di lunghissimo periodo come l’esaurimento della spinta propulsiva del capitalismo (solo rinviato, nel corso del 900, grazie a politiche keynesiane di stimolo alla crescita che avrebbero esse stesse esaurito la propria spinta) e sulle conseguenze: risentimento, radicalizzazione politica verso destra e verso sinistra ma anche decrescita demografica, suicidi e guerre.

Sono tutti argomenti molto affascinanti, che ovviamente non possiamo trattare qui. Se vi interessa approfondirli vi consiglio (oltre, ovviamente, di leggere il libro) di guardare questo video, in cui Ventura si confronta con il filosofo Rick DuFer:

Ora però è il momento di dirci cosa c’entri tutto ciò con le due storie contrapposte, quasi opposte, di gioventù americana di cui vi ho parlato prima.

David Litt, un comico finito a scrivere i discorsi di Obama

David Litt è chiaramente uno che ce l’ha fatta. A ventiquattro anni era nella squadra che scriveva i discorsi dell’uomo più potente del pianeta, e ci resterà crescendo via via di importanza per i successivi otto anni, i due mandati del suo datore di lavoro.

Nel libro Grazie Obama racconta la sua esperienza ed è interessante perché spiega in modo divertente come funziona dall’interno una parte dell’amministrazione della Casa Bianca e cosa voglia dire scrivere discorsi in cui ogni singola parola può provocare letteralmente incidenti diplomatici di scala mondiale.

David Litt Grazie Obama

Cosa c’entra, Litt, con la classe disagiata?

All’apparenza poco, se i disagiati di Ventura rinviano all’infinito l’ingresso nell’età adulta, per David il lavoro (e che lavoro!) ha fatto irruzione nella sua vita in tenerissima età. Eppure, la sua storia è quella del classico “uno su mille” che ce la fa.

È il David Litt dei primi capitoli quello che più da vicino ricorda la generazione disagiata descritta da Ventura. Laureato a Yale, non trova niente di meglio che uno stage in una rivista satirica. Probabilmente avrebbe l’opportunità di guadagnare di più con il suo prestigioso titolo di studio, ma sceglie di seguire la sua vocazione artistica, esattamente come i neolaureati in lettere e filosofia descritti da Ventura (laureato a sua volta in filosofia), disposti a venir sottopagati e a passare da un proverbiale lavoretto all’altro pur di rincorrere il sogno.

David Litt è riuscito (fortunosamente, a quanto racconta) a entrare alla Casa Bianca e da lì la sua vita ha preso il volo. Ma cosa sarebbe successo se non si fosse liberato quel posto? O se non avesse conosciuto in qualche modo la persone giusta? Non possiamo saperlo, e gli Stati Uniti in fondo non sono l’Italia, magari avrebbe trovato mille altre strade per esprimere il proprio talento. O magari sarebbe rimasto per sempre invischiato in una giungla di lavoretti in due o tre riviste e a fare il volontario alle campagne elettorali del Partito democratico. Come un disagiato qualsiasi.

L’elegia americana di J.D. Vance

Anche J.D. Vance, a ben vedere, ce l’ha fatta. In fondo stiamo parlando di un uomo di poco più di trent’anni che ha scritto un best seller, qualcuno dice un’opera politica di fondamentale importanza per capire il fenomeno Trump. Di un altro laureato a Yale. Eppure, a differenza di Litt, Vance non nasconde quello che è venuto prima del successo e ce lo dice a chiare lettere di essere un privilegiato.

Elegia americana di JD Vance

Violenza, droga, famiglie distrutte e comunità allo sbando. Vance ci descrive quella che chiamiamo “America profonda”, tra le due coste e lontana da New York o San Francisco. Quell’America in cui gli oppiacei hanno ucciso 72mila persone nel 2017, dove l’aspettativa di vita anziché aumentare diminuisce e dove le fabbriche che ne costituivano la ricchezza volano all’estero.

Solo dopo la vittoria di Trump (che con il suo messaggio apocalittico e anti sistema qui ha ottenuto grandi risultati elettorali) si è ricominciato a dedicare la giusta attenzione a questa America, diversa da quella scintillante delle grandi città della costa. Un’America non propriamente di poveri, ma di impoveriti, come impoveriti sono i membri della classe disagiata di Ventura, terrorizzati dall’impossibilità di replicare lo stile di vita dei genitori.

La particolarità dell’opera di Vance è che, per lui, la crisi degli hillbilly (gente di collina, come venivano sprezzatamente chiamati gli abitanti della regione degli Appalachi) è di natura più culturale, valoriale e spirituale che economica. C’è un senso di essere rifiutati, di essere di troppo, alimentato da una coppia presidenziale (gli Obama) che con le loro buone intenzioni sembravano esprimere da ogni poro disprezzo per quella che è la loro cultura. Uno degli esempi che fa Vance (per cui la componente razziale non c’entra nulla, e qui è un po’ difficile credergli del tutto) è la campagna per il cibo sano portata avanti dall’ex first lady, del tutto irricevibile per chi considera un lusso la cena al fast food.

Una somma di piccoli atteggiamenti e grandi prese di posizione che hanno creato una voragine tra l’America di Vance e quella di Litt, che ha conseguenze evidenti anche sul piano politico statunitense, più polarizzato e diviso che mai.

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Classe 1992, genovese emigrato a Milano, giornalista praticante ed eterno studente. Appassionato di politica più di quanto sia sano esserlo, su questo blog cerco di raccontarla per come la capisco io.

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