Voto Stati Uniti

Alle recenti elezioni di metà mandato, negli Stati Uniti, ha votato quasi il 50% degli elettori. È una percentuale alta, per gli standard statunitensi. Basti pensare che a quelle precedenti, nel 2014, aveva votato solo il 43% degli aventi diritto.

Tutte le analisi concordano sulla forte partecipazione popolare al voto americano dello scorso 6 novembre, eppure la percentuale di affluenza non si avvicina neanche lontanamente a quella di elezioni nazionali di Paesi europei. Vediamo le più recenti, giusto per farci un’idea:

  • Italia 2018: 73%;
  • Francia, presidenziali 2017: 78% (1° turno), 75% (2° turno);
  • Germania 2017: 76%;
  • Regno Unito 2017: 69%;
  • Spagna 2016: 70%.

La differenza rimane evidente anche nel confronto con le elezioni presidenziali, dove si vota un po’ di più. Nella storia recente, la media dell’affluenza è stata tra il 50 e il 60% (contro il 40/50 di quelle di metà mandato) e nel 2016, per scegliere tra Donald Trump e Hillary Clinton, è andato ai seggi il 58% degli elettori statunitensi.

Da dove viene, questo vizio degli americani di votare così poco? La domanda ha molte risposte, che sfidano lo stereotipo dell’americano individualista e insensibile al bene comune. Come spesso accade, bisogna intrecciare storia e attualità, per avere il quadro completo della questione.

Le cause storiche dell’astensione

Come fa notare lo storico degli Stati Uniti Arnaldo Testi sul suo blog (fonte preziosa, tra parentesi):

La diserzione delle urne e la stratificazione sociale dell’elettorato non sono dati naturali della democrazia americana, bensì prodotti di trasformazioni storiche.

Alle elezioni presidenziali, nell”800, partecipava tra l’80 e l’85% degli aventi diritto. In una prima fase della storia degli Stati Uniti, le elezioni per il Congresso erano anche più partecipate di quelle per il Presidente, perché il primo veniva visto come il vero cuore della democrazia americana, poi la tendenza si invertirà con l’espansione del ruolo del Capo del governo.

All’inizio del ‘900 i tassi di partecipazione al voto crollano, negli anni 20 si scende sotto il 50% e da lì in poi si assesta stabilmente tra il 50 e il 60% per le elezioni presidenziali. Gli storici si interrogano da tempo sulle cause di questa apparente disaffezione per il voto, e sarebbe difficile individuarle tutte qui, ma tra queste c’è senz’altro l’indebolimento della presenza dei partiti americani negli strati più bassi della società. Nei quartieri americani più poveri, notava la sociologa Frances Fox Piven negli anni ’60, i partiti avevano assunto il ruolo di machines elettorali: offrivano favori a chi ne aveva bisogno in cambio di voti. Non era una pratica democratica moralmente impeccabile, tutt’altro, ma senza dubbio garantiva tassi di partecipazione molto elevati.

Ripassone: I partiti politici negli Stati Uniti

C’è questa scena, tratta dal film Gangs of New York, che mostra come le organizzazioni di partito potessero diventare anche piuttosto insistenti nel portare gli elettori a votare, anche più di una volta, cosa che ovviamente oggi non si può più fare (“Ho già votato due volte”; “Due? Solo due?”). È un film, ma gli storici documentano una realtà del genere:

Non è un caso, quindi, che siano proprio i più poveri quelli che, negli Stati Uniti, votano meno. “L’assenza dalle urne – sottolinea Testi – non è socialmente neutra”. Nel 2008, l’elezione che portò Barack Obama alla Casa Bianca per la prima volta, votò il 62% degli aventi diritto. Dell’allora candidato democratico si sottolineò la capacità di far votare persone che in genere si astenevano, come gli afroamericani. Eppure, anche in quell’occasione di buona partecipazione popolare al voto, votò il 52% della popolazione con redditi più bassi e l’80% di quella con redditi elevati. Anche l’istruzione gioca un ruolo importante: nel 2008 votò l’83% degli elettori con una formazione universitaria e solo il 39% di chi non arrivava al diploma.

A un certo punto andavano per la maggiore interpretazioni favorevoli di questo fenomeno. Se la gente non vota, pensavano studiosi come Seymour Martin Lipset negli anni 50, è perché è tutto sommato soddisfatta di come vanno le cose. In realtà, come ci dicono i numeri riportati più in alto, a non votare sono proprio i meno soddisfatti e tra le altre conseguenze, secondo Testi, c’è anche la storica difficoltà degli Stati Uniti a implementare riforme universali del welfare state su modello europeo, ultima quella sulla sanità. Chi avrebbe più da guadagnare da riforme di questo tipo non partecipa al gioco democratico.

Gli elettori sono tutti uguali?

L’astensionismo degli statunitensi (e in particolare delle fasce povere della popolazione) ha dunque cause storiche, ma altri motivi del fenomeno vanno cercati nella stretta attualità.

La tradizione di votare sempre il martedì successivo il primo lunedì di novembre, per esempio, non aiuta. All’inizio della loro storia, gli Stati Uniti erano un Paese sostanzialmente rurale e scelsero di votare a novembre perché era un momento in cui si erano appena conclusi i raccolti autunnali e non erano ancora arrivate le rigide temperature invernali. Si scelse poi il martedì perché la domenica era giorno sacro, il lunedì poteva servire a molti per spostarsi fino al luogo del voto e il mercoledì era giorno di mercato. Fino al 1845 i singoli stati sceglievano in quale martedì di novembre far votare, poi si impose per tutti quello successivo il primo lunedì del mese. L’usanza si è conservata fino a oggi, ma secondo molti costituirebbe un ostacolo a votare per i lavoratori, che dovrebbero chiedere ferie per recarsi ai seggi. In particolare, i lavoratori a ore dovrebbero rinunciare a ore di lavoro, e quindi a soldi, per esercitare il proprio diritto di voto.

Negli Stati Uniti, inoltre, per votare non basta recarsi alle urne con un documento come in Italia, ma è necessario registrarsi prima alle liste elettorali. Questo, insieme ad altri piccoli impedimenti burocratici, di sicuro allontana gli elettori più distratti o meno motivati.

Su Youtube ci sono veri e propri tutorial che spiegano come registrarsi:

Diverse associazioni per i diritti umani notano poi che i regolamenti di molti Stati ostacolano, di fatto, il voto di determinate fasce di popolazione. Circa 2,6 milioni di detenuti, per esempio, hanno perso il diritto di voto a causa dei regolamenti di una dozzina di stati, o devono di volta in volta presentare un’autorizzazione firmata dal tribunale.

La penalizzazione riguarderebbe il più delle volte elettori afroamericani o di origine ispanica. Sono soprattutto loro, infatti, i lavoratori precari (che quindi possono permettersi meno di altri di perdere ore lavorative) o i carcerati. Circa una ventina di stati, inoltre, richiedono documenti d’identità specifici, da ottenere in particolari uffici prima del voto, spesso sostenendo dei costi. Su questo sito del Brennan Center for Justice c’è la lista completa delle “restrizioni” del diritto di voto nei diversi stati americani.

Infine, i funzionari che organizzano la distribuzione dei seggi tendono a basarsi sulle elezioni precedenti, e mettono più risorse dove si è votato di più l’ultima volta. In aree geografiche dove si vota meno ci sono dunque meno seggi e meno scrutatori e quindi, paradossalmente, più code da fare per votare, a volte anche per ore.

Gli impedimenti burocratici-amministrativi hanno poi generato negli anni una tendenza politica. Dal momento che gli elettori bianchi e benestanti erano gli elettori più fedeli, i politici tendevano a elaborare proposte cucite sui loro interessi, e questo aumentava ulteriormente il disinteresse delle minoranze etniche e dei poveri. Ancora oggi, in effetti, categorie come gli afroamericani sono tra le più difficili da far votare. Un po’ per loro disinteresse e un po’ perché vien reso loro più difficile farlo.

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Classe 1992, genovese emigrato a Milano, giornalista praticante ed eterno studente. Appassionato di politica più di quanto sia sano esserlo, su questo blog cerco di raccontarla per come la capisco io.

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