Parlamento Uk

Nella maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale il Parlamento è l’unico organo eletto direttamente dai cittadini, è il principale organo legislativo (quello che fa le leggi) e concede o nega la fiducia ai governi, determinandone letteralmente la vita o la morte.

Per questo la forma di governo Paesi come il Regno Unito, l’Italia o la Germania è definita parlamentare. A differenza di quella presidenziale (che riguarda solo le repubbliche), la forma di governo parlamentare può caratterizzare sia le repubbliche che le monarchie. Anzi, a ben vedere è proprio una monarchia quello che viene considerato il modello “classico” di forma di governo parlamentare: il Regno Unito, dove questa forma di governo si è imposta per prima, per poi estendersi agli altri Paesi europei.

Ancora oggi, la centralità del Parlamento rimane una caratteristica molto “europea”: i Paesi americani, come molti africani e asiatici, tendono a preferire il governo presidenziale. Questa caratteristica è figlia di una storia precisa, che ha visto gli organi elettivi diventare progressivamente sempre più importanti, fino a superare e infine rendere puramente “simbolica” la figura ereditaria del Re.

Bonus: in Europa c’è un’eccezione significativa ed è la Francia, la cui forma di governo è definita semipresidenziale. Prima della riforma di De Gaulle, anch’essa era pienamente una repubblica parlamentare.

Dai re ai parlamenti

Parlando delle grandi rivoluzioni dell’era moderna, spesso si ricordano quella americana e quella francese, ma ci si dimentica di quelle inglesi del ‘600. Qui ci interessa soprattutto la prima, quella che tra il 1642 e il 1649 fece precipitare il Paese in una sanguinosa guerra civile, che si concluse nientemeno che con la decapitazione del re Carlo I e l’instaurazione della Repubblica, un’esperienza che durerà solo fino al 1660, quando verrà restaurata la monarchia.

In Inghilterra i poteri del Parlamento erano in ascesa ormai da tempo. La monarchia non era più assoluta, ma costituzionale. Con questa espressione si indica che anche il re è soggetto alle leggi, cosa che non avveniva quando il suo potere era assoluto (dal latino ab-solutus, sciolto da vincoli).  Il Parlamento accusava Carlo I di voler tornare a una monarchia di tipo assoluto, da qui (e da altre cause) lo scontro prima istituzionale e poi anche civile.

La prima rivoluzione inglese si può considerare come l’inizio della fine del reale potere delle monarchie. Dove oggi ci sono ancora re e regine, questi hanno poteri per lo più simbolici e di rappresentanza, ma non indirizzano in modo significativo la politica nazionale. A questo risultato non si è arrivati dal giorno successivo la fine della prima rivoluzione inglese, ma è stato un processo lungo, che ha visto i Parlamenti imporsi progressivamente.

Regina Elisabetta II
La regina Elisabetta II, attuale capo di Stato del Regno Unito. Credits: Government of Alberta, Flickr

Gli studiosi definiscono infatti dualistica la prima fase storica dei governi di tipo parlamentare, perché il Governo era responsabile sia verso il Sovrano sia verso il Parlamento. Un’altra espressione che si usa per indicare la tendenza di questo periodo storico è “due poteri, tre organi”, perché il Governo divideva con il capo dello Stato il potere esecutivo, mentre il Parlamento esercitava quello legislativo.

In questa fase, il re conserva poteri ancora importanti, su tutti quello di scioglimento della Camera elettiva, che esercita ogni volta che ha orientamento politico contrario al suo. Può farlo, per esempio, se il Parlamento non approva la sua scelta dei ministri che formano il Governo. Lo scontro tra Sovrano e Parlamento in Inghilterra rifletteva anche una lotta tra classi sociali: l’aristocrazia rappresentata dal re e la borghesia, che si identificava nel Parlamento e in particolare nel partito Whig.

L’allargamento del suffragio (cioè del numero di persone che possono votare) è decisivo nell’indirizzare maggiori poteri dalla parte del Parlamento. Ancora una volta è l’Inghilterra ad arrivare per prima, con una riforma che nel 1832 (notare che sono passati quasi 2 secoli dalla rivoluzione) aumenta il numero degli elettori fino al 50% della popolazione, e riorganizza i seggi in modo da favorire le città più popolose e quindi la borghesia cittadina. Il risultato di quelle elezioni fu una Camera alta particolarmente avversa al re Guglielmo IV, che in tutta risposta revoca il Primo Ministro e scioglie la Camera. Le nuove elezioni, però, confermano la stessa maggioranza: l’arma di scioglimento del re è spuntata.

Qualcosa di simile avviene nel 1877 in Francia, nei primi anni di vita della cosiddetta Terza Repubblica, quando il Presidente Mac Mahon impone un Primo Ministro di propria fiducia e scioglie la Camera a lui ostile, ma deve arrendersi di fronte alla volontà popolare, che alle elezioni riconferma la stessa maggioranza.

Passaggi come questi segnano il trasformarsi dei governi parlamentari dalla forma dualistica a quella monistica, in cui il Governo e i ministri che lo compongono sono responsabili solo nei confronti del Parlamento diretta espressione della volontà popolare, e non più verso i re o i capi di Stato repubblicani (come il presidente della Repubblica in Italia).

Bonus: il Parlamento europeo ha una struttura del tutto particolare

Quanto conta oggi il Parlamento?

Negli ultimi decenni molti studiosi e commentatori hanno segnalato la tendenza di una progressiva perdita di potere e influenza dei parlamenti, a vantaggio non più dei capi di Stato ma dei Governi. Il Regno Unito, l’esempio tipico di forma di governo parlamentare, è in effetti considerato da sempre un modello a prevalenza del Governo a causa di un sistema elettorale maggioritario che fa sì che sia diventato il Governo a imporre la propria linea al partito di maggioranza parlamentare.

May Theresa
L’attuale primo ministro britannico Theresa May. Credits: EU2017 Estonian Presidency, Flickr

In Italia, nel secondo dopoguerra, si è invece rafforzato molto il ruolo dei partiti, al punto che i parlamentari eletti si sentono vincolati al voto “in linea” con le direttive di partito. Per noi oggi questa è la normalità, ma non è questa l’idea originaria su cui si fonda la democrazia parlamentare, per cui il singolo parlamentare dovrebbe essere libero di votare a propria discrezione su ogni singola misura (e questa libertà gli è, in effetti, ancora formalmente riconosciuta). Due diverse riforme costituzionali (una proposta nel 2008 e l’altra nel 2016) hanno inoltre tentato in qualche modo di rafforzare anche formalmente il Governo, ma entrambe sono state bocciate da referendum popolari. Anche in Francia, il passaggio dal modello parlamentare a quello semipresidenziale indica d’altronde in modo inequivocabile la volontà di rafforzare l’esecutivo a scapito dell’Assemblea nazionale.

Questa tendenza è diffusa un po’ ovunque e si giustifica con la volontà di rendere più veloce ed efficiente il processo decisionale, che il dibattito in parlamento renderebbe più lento e complicato. I capi di Governo, inoltre, si trovano spesso a rappresentare il proprio Paese in contesti internazionali (come il Consiglio europeo) e a prendere decisioni individualmente, senza ovviamente consultare il Parlamento.

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Classe 1992, genovese. Affascinato dalla politica, su LoT provo a raccontarla in tutte le sue sfumature. Cose di oggi, di ieri, parole e idee che danno forma al modo in cui vediamo il mondo.

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