May Theresa

Il referendum sulla Brexit, che ha visto la maggioranza dei cittadini del Regno Unito votare per uscire dall’Unione europea, si è tenuto il 23 giugno 2016, ma l’uscita avverrà ufficialmente solo il 29 marzo 2019. Tra queste due date, un periodo lungo quasi tre anni, fatto di trattative tra il Regno e l’Unione per decidere in che modo realizzare la Brexit.

Le due parti impegnate nella trattativa si sono prese tutto questo tempo sostanzialmente per due ragioni:

  1. I termini del referendum erano vaghi, e non indicavano con esattezza come si sarebbe realizzata l’uscita dall’Unione europea.
  2. È la prima volta che un Paese membro lascia l’Unione, quindi non ci sono precedenti da imitare.

C’è modo e modo, per uscire dall’Unione europea. Sin dall’inizio, si è capito che nel Regno Unito alcuni vedevano la Brexit come un modo per sottrarsi all’influenza politica di Bruxelles, mantenendo però alcuni legami con l’Europa per continuare a consentire lo spostamento libero di merci e persone (come avviene in Paesi come l’Islanda o la Norvegia, fuori dall’Ue ma in cui possiamo entrare senza passaporto), mentre altri la intendevano in modo più radicale, con il reinserimento di una frontiera vera e propria.

Col tempo, queste posizioni si sono concretizzate in una spaccatura in seno al governo tra i sostenitori di una Brexit soft e quelli di una sua versione hard. Appartiene al primo gruppo il Primo Ministro Theresa May (che nel 2016 appoggiava il remain) e al secondo l’ex ministro degli Esteri Boris Johnson, membro tra i più in vista del partito conservatore e del fronte del leave insieme all’ex leader dello Ukip (United Kingdom Indepence Party) Nigel Farage.

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Anche dalla parte dell’Unione europea, c’è chi preferirebbe un divorzio meno traumatico, che consenta di mantenere legami solidi con un Paese importante come il Regno Unito e chi invece sostiene la linea dura.

In ogni caso, in assenza di leggi chiare, tutta la vicenda Brexit è strettamente politica, più che giuridica. E lo è stata sin dall’inizio.

Il referendum

Johnson Boris
Boris Johnson, ex ministro degli esteri tra i più importanti sostenitori del leave e oggi della hard Brexit. Credits: Eu2017EE Estonian Presidency, Wikipedia commons

Il referendum per la Brexit era di natura consultiva. Significa che il suo esito non era in alcun modo vincolante per l’azione del Governo e del Parlamento, che dal giorno successivo al voto avrebbero in teoria potuto andare avanti come se niente fosse successo.

Questo comportamento, pur giuridicamente corretto, sarebbe però stato sconveniente dal punto di vista politico perché avrebbe fatto passare il messaggio che i politici non consideravano la volontà della maggioranza dei cittadini del Regno. Per questo, anche se oggi c’è chi vorrebbe un secondo referendum, nessuno dei due partiti principali è disposto a fare marcia indietro: né quello conservatore di Theresa May al governo né quello laburista di Jeremy Corbyn, all’opposizione. Anche molti politici inizialmente scettici sulla Brexit sono oggi convinti che si debba andare fino in fondo. La stessa Theresa May, che nel 2016 aveva fatto campagna per il remain, ha detto più volte che non ci sarà un secondo referendum.

È evidente che si tratti di una scelta di tipo politico, come squisitamente politica è la scelta del piccolo partito liberaldemocratico di chiedere compatto un secondo referendum: c’è pur sempre un 48% di cittadini che nel 2016 ha votato per rimanere nell’Unione, un potenziale bacino elettorale non trascurabile. Sulla stessa linea anche una piccola minoranza di conservatori e un altrettanto piccola ma prestigiosa minoranza di laburisti, tra cui il sindaco di Londra Sadiq Khan e l’ex Primo Ministro Tony Blair, in rotta con le maggioranze dei rispettivi partiti, oltre al movimento The People’s Vote e la maggioranza della camera dei Lord, la camera alta e non elettiva del Parlamento britannico.

Ma si tratta, per il momento, di minoranze.

Bonus: la parola Brexit è maschile, femminile o neutra? La potete trovare in tutte le forme: la Brexit, il Brexit o Brexit, senza articolo. Io, come l’Accademia della Crusca, preferisco la versione al femminile.

L’articolo 50

Fino al 2009 la possibilità di abbandonare l’Unione europea non esisteva neppure. È stato il Trattato di Lisbona, firmato nel 2007 ed entrato in vigore appunto nel 2009, a introdurre la clausola di recesso, cioè l’articolo 50 del Trattato dell’Unione europea, che ai primi due punti recita così:

1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione.
2. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione.

Come si nota, è lo stesso articolo 50 a non indicare una procedura precisa per l’uscita di uno Stato dall’Unione europea, rimandando tutto alla trattativa tra lo Stato in questione e le istituzioni europee, in particolare il Consiglio. In assenza di un accordo, l’uscita dello Stato che ha applicato l’articolo 50 avviene lo stesso a due anni dalla notifica della propria decisione al Consiglio europeo.

Il Regno Unito, infatti, ha notificato tale decisione il 29 marzo 2017, giorno in cui si è avviato il processo che si concluderà in un modo o nell’altro nello stesso giorno dell’anno prossimo, a meno che entrambe le parti non decidano di prorogare la data. Sia l’Unione che il Regno Unito vogliono però evitare lo scenario del no deal, che lascerebbe tutto in uno stato di incertezza.

Uno Stato uscito in questo modo dall’Unione che volesse in un futuro rientrare, dovrebbe ripresentare la propria candidatura secondo il procedimento standard, fissato dall’articolo 49 del Trattato dell’Unione europea.

Bonus: un piccolo precedente alla Brexit, in realtà, esiste. Si tratta della Groenlandia, che nel 1985 lasciò l’allora Comunità Economica Europea (CEE) dopo un referendum tenuto nel 1979. La situazione è però diversa, perché la Groenlandia (che politicamente fa parte del Regno di Danimarca) era un territorio cosiddetto ultraperiferico, per cui si applicavano regole diverse. Era tale anche l’Algeria, che lasciò la Comunità dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Francia, nel 1962.

La questione irlandese

Brexit Mappa
La mappa dei risultati del referendum del 2016. Irlanda del Nord e Scozia (in giallo) hanno votato per il remain, in Inghilterra e Galles (in blu) ha prevalso il leave. Credits Wikipedia

Il punto su cui si stanno verificando i maggiori attriti tra le due parti (forse poco considerato, all’inizio) è quello di cosa fare del confine tra la Repubblica d’Irlanda (Paese membro dell’Unione europea) e l’Irlanda del Nord, che fa parte del Regno Unito. Finché il Regno Unito e l’Irlanda erano entrambe parte dell’Unione, merci e persone lo attraversavano liberamente. Reintrodurre una frontiera rigida costituirebbe un danno economico per le due irlande e potrebbe mettere in pericolo l’unità stessa del Regno.

Quel confine è infatti attraversato quotidianamente da persone ormai abituate a spostarsi da una parte all’altra per lavoro, che verrebbero chiaramente danneggiate dal ritorno di una frontiera vera e propria, con tutte le limitazioni alla libertà di movimento del caso. Inoltre, la parte cattolica dell’Irlanda del Nord potrebbe tornare a chiedere l’unione di Belfast con Dublino, riaprendo la contesa tra gli unionisti fedeli a Londra e i cosiddetti repubblicani, che tra gli anni ’60 e i ’90 ha portato a una guerra a bassa intensità che ha fatto più di 3000 morti.

Anche la Scozia, dove nel 2016 il 60% degli elettori ha votato per il remain e nel 2014 si è svolto un referendum per staccarsi dal Regno Unito, potrebbe tornare a chiedere l’indipendenza, soprattutto se la Brexit dovrebbe realizzarsi nella sua versione hard.

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Classe 1992, genovese. Affascinato dalla politica, su LoT provo a raccontarla in tutte le sue sfumature. Cose di oggi, di ieri, parole e idee che danno forma al modo in cui vediamo il mondo.

One Reply to “Come si esce dall’Unione europea”

  1. Grazie. Un ottimo articolo per capire un po’ di più cosa sta succedendo in Europa.
    Considerando che ma “metà” del popolo inglese (48%) ha votato per rimanere all’interno dell’Unione, spero vivamente che si propenderà verso la versione soft…

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