Grillo Beppe

Il populismo è senza dubbio uno dei fenomeni politici di cui si è parlato di più negli ultimi anni. Con questo termine si tende a indicare fenomeni politici presenti ormai in molti Paesi del mondo, anche molto diversi tra loro: il Movimento Cinque Stelle e la Lega in Italia, Donald Trump negli Stati Uniti, il movimento pro-Brexit e Marine Le Pen in Europa, ma anche politici di sinistra come il senatore ed ex candidato presidenziale statunitense Bernie Sanders, il leader del partito spagnolo Podemos Pablo Iglesias o di La France Insumise Jean-Luc Mélenchon e tanti altri.

Ma che cos’è, di preciso, il populismo?

Rispondere a questa domanda, se si vuole andare oltre a una definizione giornalistica, non è semplice. Anche tra i politologi non c’è un accordo generale su cosa questo termine dovrebbe indicare e nemmeno se abbia del tutto senso che esista. Nel linguaggio di tutti i giorni, poi, la confusione è aumentata dal fatto che “populismo” è diventato un asso-pigliatutto con cui indicare tante cose diverse, ognuna delle quale avrebbe una specifica definizione. Per questo nel suo calderone possono finire tranquillamente tantissimi fenomeni politici che hanno ben poco in comune tra loro.

Populismo, demagogia, antipolitica eccetera…facciamo chiarezza!

Trump Donald
Donald Trump durante un comizio della campagna elettorale Credits Gage Skidmore, Wikipedia

Pensiamo per il momento a cosa oggi si intende comunemente per populismo, e vediamo quali parole sono più indicate per definire alcuni dei suoi punti salienti:

  • I populisti, si dice, tendono a semplificare in modo estremo la realtà, proponendo soluzioni semplici a problemi complessi (costruiamo un muro al confine e risolviamo il problema immigrazione) oppure promettono soluzioni miracolistiche, con poche possibilità di essere realizzate davvero (un milione di posti di lavoro!). Premesso che tutti i politici, senza eccezione, semplificano almeno un po’ la realtà per rendere il proprio messaggio comprensibile all’elettorato, il modo più corretto per definire questa pratica (almeno quando viene estremizzata) sarebbe demagogia.
  • Tutti i populisti citati nell’elenco precedente criticano fortemente il sistema politico tradizionale, e almeno inizialmente si pongono in posizioni di outsider. Questa, però, è la storia comune di tutti i partiti e movimenti politici nuovi che nascono nel corso della storia, non sempre bollati come populisti. Nelle forme più estreme, la critica al sistema sfocia semmai nell’antipolitica, ovvero nell’idea che si possa fare a meno della politica e dei politici. Un atteggiamento forse riscontrabile nel Movimento Cinque Stelle delle origini, quando con i post sul suo blog e nei comizi in piazza il leader Beppe Grillo teorizzava il superamento del parlamento e l’avvento di una democrazia digitale, in cui le scelte politiche sono determinate dal voto elettronico dei cittadini.
  • Soprattutto più recentemente, si è iniziato a bollare di populismo ogni critica alla globalizzazione o a enti sovranazionali come l’Unione europea e la volontà politica di difendere i confini dello stato imponendo dazi al commercio internazionale o bloccando l’immigrazione. In questo caso, più che populismo sarebbe più appropriato parlare di nazionalismo o, in ambito economico, protezionismo. Non a caso è nato, per indicare queste tendenze, il termine nazionalpopulismo.

Quindi cos’è il populismo?

Con questo breve e non esaustivo elenco abbiamo escluso dal campo del populismo alcuni atteggiamenti politici che oggi vi sono inclusi.

Cosa resta, allora, sempre ammesso che resti qualcosa?

Diversi studiosi hanno cercato di rispondere a questa domanda, dando tante risposte diverse. Su questo argomento sono stati scritti tantissimi libri, molti anche di recente. Su tutti, se vi interessa, consiglio Italia populista, Dal qualunquismo a Beppe Grillo di Marco Tarchi che, oltre a tentare una definizione di populismo, traccia anche una sua evoluzione storica nel contesto italiano, dal secondo dopoguerra al 2015, l’anno di pubblicazione.

Bonus: con “qualunquismo” si intende il movimento politico-culturale che si riferiva al “Fronte dell’Uomo qualunque” guidato dal giornalista Guglielmo Giannini. Fortemente critico verso gli altri partiti, ottenne alcuni importanti successi nell’immediato dopoguerra, per poi uscire progressivamente di scena.

In sintesi, nel libro di Tarchi si individuano tre elementi fondamentali del populismo. Il primo è la tendenza a esaltare il popolo, che nella retorica del populismo viene indicato come l’unico titolare legittimo dell’azione politica. Il popolo viene descritto come inevitabilmente buono, onesto e virtuoso e come un insieme omogeneo, che la malvagità dei partiti vuole dividere. Il secondo elemento è invece, per contrasto, la demonizzazione dell’élite, malvagia, corrotta e unica colpevole della mancata realizzazione degli obiettivi del popolo.

La cosa interessante è che il populismo decide in modo arbitrario chi faccia parte del popolo e chi dell’élite. Prendiamo i casi dell’elezione di Donald Trump o del referendum sulla Brexit. Entrambe le volte, in America e nel Regno Unito, l’elettorato si è spezzato più o meno a metà, eppure sia Trump che i brexiters hanno descritto la propria ascesa come la vittoria del “popolo” contro l’élite. Chi ha deciso che la loro metà fosse “più popolo” dell’altra? Loro, naturalmente. L’élite contro cui si scaglia il populismo può di volta in volta essere incarnata dai poteri forti, le banche, i politici eccetera oppure una qualche minoranza come gli immigrati o gli omosessuali, che godrebbero di speciali “protezioni” negate al vero popolo (i 35 euro al giorno!).

Bonus: La prima volta in cui compare il termine populismo è in Russia, tra la fine dell’800 e l’inizio del 900. Si definisce tale un movimento intellettuale anti-zarista, che teorizza la necessità di migliorare la vita dei contadini e delle fasce più povere della popolazione. Più o meno allo stesso periodo risale il populismo americano, che portò alla formazione del People’s Party, che si presentò con buoni risultati alle elezioni del 1892, con un programma a favore delle classi lavoratrici e contro i monopoli economici e le grandi corporations. Nel corso del ‘900 si definiscono “populisti” soprattutto alcuni leader sudamericani come Juan Perón, generale e poi presidente argentino negli anni ’50 e ’70. Oggi assistiamo a un nuovo uso massiccio di questo termine, questa volta riferito soprattutto a movimenti politici europei o statunitensi.

Infine, il terzo elemento del populismo indicato da Tarchi è il leader, che si presenta come uomo del popolo ed esterno al sistema e allo stesso tempo come portavoce e rappresentante delle aspirazioni popolari. Tra popolo e leader si instaura un rapporto di fiducia, spesso diretto e non mediato da istituzioni come i vecchi partiti, che avevano strutture anche molto ramificate.

Questi, in estrema sintesi, gli elementi in presenza dei quali si può parlare di populismo, su cui in linea di massima concordano, anche se ognuno con sfumature diverse, gli studiosi che se ne occupano. Se volete capire quanto un leader o partito politico si possa definire “populista”, fare attenzione su come si parla di popolo ed élite e sulle modalità di leadership potrebbe essere un buon punto di partenza. Provate!

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Classe 1992, genovese. Affascinato dalla politica, su LoT provo a raccontarla in tutte le sue sfumature. Cose di oggi, di ieri, parole e idee che danno forma al modo in cui vediamo il mondo.

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