Quasi tutte le elezioni politiche nazionali che si sono tenute negli ultimi anni ci dicono che città e campagna votano in modo diverso. Radicalmente diverso. Può sembrare un paradosso nell’era digitale, ma il posto in cui si nasce — a quanto pare — influenza ancora il nostro stile di vita, il nostro modo di pensare e di votare più di Facebook. Basta guardare i numeri per accorgersene. Nel 2016 Donald Trump prese meno voti di Hillary Clinton in tutte le grandi città statunitensi, ma trionfò nel corpaccione dell’America rurale. Pochi mesi prima, i centri urbani più abitati del Regno Unito votarono per rimanere nell’Unione Europea; a spingere Londra (suo malgrado) lontana da Bruxelles fu ancora una volta il voto delle campagne e dei centri meno abitati. E così via. Alle presidenziali francesi dell’anno scorso Marine Le Pen raccolse grandi consensi nelle regioni agricole e industriali, mentre a Parigi non arrivò al 10%. Quest’anno, in Italia, i grandi centri urbani sono rimasti spesso l’ultimo bastione di un centrosinistra in ritirata nel resto del Paese.

Insomma, con tutte le dovute differenze dei diversi contesti nazionali, una tendenza sembra essere chiara: quella cosa che abbiamo chiamato e chiamiamo “populismo” è un fenomeno molto rurale e poco metropolitano. Interessa le campagne e i piccoli centri urbani, mentre non attecchisce nelle grandi città.

Guardiamo qualche mappa:

Stati Uniti, presidenziali 2016

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In questa cartina delle ultime presidenziali statunitensi, il voto è mappato per contea. In quelle rosse ha vinto Donald Trump, in quelle blu Hillary Clinton. Tanto più il colore è scuro, quanto più la vittoria è stata netta. A colpo d’occhio, si nota subito che l’azzurro e il blu prevalgono sulle coste, dove ci sono le più grandi città statunitensi, mentre il centro fatto di campagne e città di piccole-medie dimensioni è dominato dal rosso. Le isole blu negli stati rossi coincidono quasi sempre con le città più abitate degli stati centrali. Emblematico è in questo senso il Michigan, stato del midwest operaio conquistato da Trump, e decisivo per la scalata del repubblicano alla Casa Bianca. Il 66% degli elettori della contea di Wayne, quella che comprende Detroit e quindi di gran lunga la più popolosa, ha votato Clinton. Gran parte di ciò che le sta attorno, però, ha votato Trump. Schemi simili si sono ripetuti quasi ovunque.

Negli Stati Uniti la divisione territoriale del voto è particolarmente importante. Non diventa presidente chi prende più voti in tutto il Paese (anche perché, se così fosse, a quest’ora alla Casa Bianca ci sarebbe Hillary Clinton), ma chi conquista più grandi elettori, eletti nei singoli stati in proporzione alla popolazione di questi ultimi. Anche per questo il partito al potere prova spesso a ridisegnare i confini dei collegi elettorali in modo a esso congegnale, con il cosiddetto gerrymandering. Ma non divaghiamo.

Che le campagne votino conservatore e le città liberal non è una novità per gli Stati Uniti. Il 2016 ha però accentuato il fenomeno e il risultato è un Paese diviso, con vere e proprie “bolle” dove la popolazione è divisa per tribù elettorali. Se Clinton a Brooklin (New York) è andata vicina all’80% dei consensi, Trump ha sfiorato il 95% nella contea texana di Roberts. Ironia della sorte, mr. President è un purissimo figlio di New York, la metropoli per eccellenza.

Regno Unito, referendum Brexit 2016

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I 4 stati che compongono il Regno Unito in occasione del referendum sulla Brexit si sono divisi: Irlanda del Nord e Scozia hanno votato per restare nell’Unione Europea, Inghilterra e Galles per uscire. Limitandoci alla sola Inghilterra, nella mappa è chiaro come il blu (colore del leave) prevalga nettamente sul giallo del remain, anche se in diverse zone sfuma in un azzurrino molto chiaro, segnale che la disputa si è giocata all’ultimo voto. Decisamente gialla è la zona di Londra, dove i remainers hanno vinto 60–40. Risultato con percentuali simili anche a Manchester, Liverpool e Bristol, mentre a Leeds il remain vince di pochissimo e Birmingham è l’unica tra le maggiori città inglesi a infrangere, per un soffio la regola: lì vince il leave, 50,4% a 49,6%. Birmingham a parte, le grandi città si mostrano ancora una volta politicamente agli antipodi rispetto ai piccoli centri e alle campagne.

Francia, presidenziali 2017

1° turno:

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2° turno:

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I voti a Marine Le Pen, in questo caso, sono quelli segnati in blu, quelli a Macron in giallo. Se si guarda alla mappa del primo turno, la prima prevale — ancora una volta — nelle zone agricole e industriali del Paese, ma resta un fenomeno sconosciuto per le grandi città. I dipartimenti di Parigi (nell’immagine sotto), per esempio, sono stati vinti da Macron, Fillon (in azzurro) e Melenchon (in rosso). Nemmeno uno da Le Pen, la candidata arrivata al ballottaggio:

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Italia, parlamentari 2018

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Il voto in Italia riflette la tradizionale differenza regionale. Il centrodestra a trazione leghista è stata la coalizione più votata al nord, il Movimento Cinque Stelle ha conquistato il sud, mentre il centrosinistra ha retto, sia pure a malapena, in zone tradizionalmente rosse come la Toscana e l’Emilia Romagna. Come è stato fatto spesso notare, il Pd ha poi vinto nei ricchi centri delle grandi città italiane (Milano, Roma, Torino) mentre è scomparso dalle periferie.

Perché succede?

Ovviamente ognuno di questi casi meriterebbe un’analisi ben più approfondita. Quello che qui volevo fare con questo rapido giro del mondo era sottolineare come la differenza tra campagna e città sia un fenomeno sostanzialmente globale. Che non fa sconti nemmeno in Paesi dove la democrazia è — diciamo così — più incerta rispetto ai casi citati. Il presidente turco Erdoğan, per esempio, non ha convinto Istanbul (città di cui è stato a lungo sindaco) a votare a favore della riforma costituzionale che l’ha investito di più ampi poteri, mentre il richiamo al nazionalismo e all’identità islamica ha fatto molta più presa nelle campagne e nei piccoli centri. A Mosca, in Russia, il plebiscito per Vladimir Putin è regolarmente meno convinto che nell’immensa parte rurale del Paese.

In generale e con tutte le eccezioni del caso, sembrerebbe che i grandi centri urbani siano più impermeabili di altri ambienti a quei messaggi politici che si rifanno all’identità nazionale o alla tradizione, e che propongono “protezione” dalle insidie della modernità, siano queste la competizione economica globale o l’immigrazione.

Perché?

Si possono dare due tipi di risposta a questa domanda: una di carattere economico e una di tipo culturale.

La spiegazione economicistica è stata tirata in ballo soprattutto in occasione delle elezioni statunitensi, quando ci si è accorti che tanti operai del midwest che da decenni votavano per i democratici questa volta avevano deciso di dare fiducia a Trump. Si è parlato della globalizzazione che fa volare le fabbriche all’estero, dove il lavoro costa meno, e della presa di un messaggio politico che promette di “riportare il lavoro a casa”, di imporre dazi per proteggere il made in Usa e di stracciare gli accordi di libero scambio. Non necessariamente poveri, ma senz’altro impoveriti, gli operai della rust belt hanno votato per chi prometteva loro di tornare ai bei tempi andati, più semplici e ricchi. Analisi simili sono state elaborate sul voto operaio in favore della brexit o per Marine Le Pen in Francia.

Questo tipo di letture suggerisce che a votare per i “populisti” siano gli sconfitti della globalizzazione. Non sempre però si tratta di una debolezza reale, a volte la sensazione di abbandono è solo percepita. In Italia, per esempio, la Lega fa cappotto in molte delle aree più ricche e produttive del Paese ma storicamente ha fondato le proprie fortune sulla “questione settentrionale”, l’idea, cioè, che lo Stato italiano trascuri o penalizzi il nord. L’idea che a cercare un nuovo tipo di protezione dalla politica siano sempre i più deboli quindi non regge e in certi casi è persino fuorviante.

Esiste una cultura “di città” e una cultura “di campagna”?

Anche le spiegazioni di tipo culturale tirano in ballo spesso e volentieri la globalizzazione. Si pensa, in questo caso, sostanzialmente che chi è abituato a vivere in un contesto globalizzato mostri maggiore apertura nei confronti delle sfide della modernità, mentre chi ne resta più isolato tenda a vederla più come una minaccia. Per questo succede spesso che atteggiamenti di maggior chiusura verso gli immigrati si manifestino proprio dove di immigrati ce ne sono meno. La città multiculturale e cosmopolita apre le braccia all’immigrazione (con cui è già abituata a convivere) e alla competizione economica, la campagna tradizionalista vede tutto ciò da lontano e con preoccupazione.

D’altro canto, la lettura diciamo “conservatrice” dello stesso fenomeno vede la città come luogo dell’assenza di valori, che esprime una cultura sradicata e superficiale, individualista ed egoista. La campagna è vista qui come il luogo dove sopravvivono i valori comunitari e la comunità, per rimanere tale, deve proteggersi dalle minacce del mondo esterno.

Questo articolo del Sidney Morning Herald, invece, cita il pensiero del sociologo di Harvard Daniel Bell e del filosofo di Gerusalemme Avner de-Shalit, secondo i quali campagna e città hanno due modi diversi di intendere la comunità e hanno battezzato quello di quest’ultima civicism. Secondo loro, i cittadini sviluppano un senso d’appartenenza maggiore per la città in cui vivono che verso il proprio Paese. Questo atteggiamento, secondo gli autori, porta a preferire politiche di tipo liberale, tolleranti e permissive, conseguenza della filosofia “vivi e lascia vivere” imperante nei grandi centri urbani. Posti in cui persone con identità diverse sono abituate a vivere gomito a gomito e che per questo mal si prestano a regole troppo stringenti, per esempio, in fatto di costume o religione.

Paesi divisi

Quali che siano i motivi e le conseguenze di tutto ciò sul lungo periodo, questa spaccatura tra città e campagna sta generando notevoli problemi politici. Se le due anime di una nazione esprimono preferenze diverse o persino opposte, una delle due rischia sempre di rimanere scontenta. Non è un caso che le imponenti manifestazioni di protesta che segnarono l’inizio della presidenza Trump si svolgessero tutte in grandi città, dove pochi avevano votato per lui.

Ricucire grandi città, periferie, piccoli centri e campagne, facendo sentire tutti protagonisti della modernità senza calpestare tradizioni e identità culturali è una delle grandi sfide della politica “globalizzata” di oggi.

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Classe 1992, genovese. Affascinato dalla politica, su LoT provo a raccontarla in tutte le sue sfumature. Cose di oggi, di ieri, parole e idee che danno forma al modo in cui vediamo il mondo.

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