Macron

Mica l’abbiamo capito fino in fondo, Emmanuel Macron. Chi sogna gli Stati Uniti d’Europa forse credeva d’aver trovato il suo campione, ma la realtà è ben diversa. Le président è europeista convinto, intendiamoci, ma è anche altrettanto francese. E non è un dettaglio da poco. «Nessuno — spiega Francesco Maselli — si è fermato un momento a chiedersi cosa sia l’europeismo per i francesi». Da qui, da una mancata conoscenza della storia, il nostro fraintendimento.

Francesco Maselli ha finito l’università a Parigi e poi non se n’è più andato. L’anno scorso ha lanciato una newsletter sulle elezioni presidenziali che ha avuto un inatteso successo. Oggi scrive da Parigi per Il Foglio, collabora con il quotidiano d’oltralpe L’Opinion e fa mille altre cose. Tra queste, anche la seconda stagione della sua newsletter, che ogni fine settimana approfondisce temi dell’attualità e della politica francese che difficilmente trovano spazio sui media italiani (l’iscrizione è gratuita e consigliatissima, clicca qui).

A proposito della newsletter, l’ultimo numero si intitola “Macron in Europa ha già quasi fallito”. Mi sembra un ottimo punto di partenza per la nostra chiacchierata…

È un titolo forte. L’Europa è stata sin dall’inizio della sua ascesa politica un punto fondamentale del messaggio di Macron. Perché è così importante per lui?

È importante perché sull’Europa ha costruito parte del suo successo politico, anche se era candidato a elezioni nazionali. È stato il grande tema di cui si è appropriato per differenziarsi dagli altri candidati. Durante la campagna elettorale era l’unico apertamente europeista, ed è stato un posizionamento che secondo me ha pagato, perché gli ha consentito di raggiungere un elettorato che prima della sua discesa in campo era un po’ orfano: elettori che avevano sempre votato a destra ma poco entusiasti della proposta dei repubblicani o socialisti che non avrebbero mai votato Hamon, politicamente più vicini, diciamo, all’ex primo ministro Manuel Valls. Parlare così tanto di Europa l’ha aiutato anche all’estero, nel senso che tutti i giornalisti europei si occupavano di Macron anche perché faceva pensare che in realtà stesse facendo una campagna in cui si rivolgeva un po’ a tutti gli europei, non solo ai francesi. Questa cosa è molto importante da ricordare.

In cosa consiste, a grandi linee, il progetto europeo di Macron?

È un progetto di messa in comune di alcune prerogative degli stati, in particolare quelle economiche. Macron vuole costruire quella che chiama la “sovranità europea”, nel senso che secondo lui su alcuni temi la sovranità nazionale non basta più. Tra l’altro come spiego nella newsletter si tratta di una prospettiva molto francese: la nostra sovranità non basta e quindi per rimanere indipendenti abbiamo bisogno di cambiare scala. Però il motivo è sempre la difesa della sovranità, cosa che parte dell’élite ritiene di non poter più fare restando chiusi nell’esagono. A questo proposito, Macron parla spesso della necessità di regolamentare i giganti della rete come Facebook a livello europeo, e cita il regolamento di Bruxelles sulla privacy come esempio di successo. Poi vorrebbe un ministro delle finanze unico e che la Commissione fosse un organo un po’ più politico, che possa prendere delle decisioni da esecutivo, tutte cose che non gli faranno mai fare. Per inserire un po’ di “politicità” nelle istituzioni europee aveva anche proposto le liste transnazionali (ovvero l’elezioni in liste “europee” e non nazionali per riempire i posti nel Parlamento Ue lasciati liberi dalla Gran Bretagna, ndr) che dal punto di vista simbolico ma anche pratico sarebbero state un passo verso la democratizzazione e la politicizzazione del processo europeo. La cosa è naufragata, perché il Partito Popolare Europeo e in particolare i membri tedeschi gli hanno votato contro.

Hai già elencato alcune sconfitte, ma non è un po’ esagerato dire che il suo progetto è già quasi fallito dopo nemmeno un anno di governo?

Se guardi tutte le proposte che ha fatto non gli è stato fatto passare niente. In Francia il presidente è abituato a muoversi come un monarca, in nessun altro Paese occidentale il capo dello Stato ha così tanti poteri, sia dal punto di vista della politica estera (dove non ha limiti) sia da quello interno. In Europa non funziona così: lì, come direbbe Grillo, uno vale uno, e Macron, al momento di prendere le decisioni, conta formalmente quanto il presidente del Consiglio della Lituania. Quando le decisioni vengono prese all’unanimità basta un voto contrario per far saltare il tavolo. Per questo non può accelerare sul suo progetto, senza alleanze in Europa non vai da nessuna parte. Gli otto stati del nord si sono coalizzati e hanno detto no a tutto quello che propone, vogliono mantenere lo status quo. La Germania non si capisce bene cosa voglia fare, ma è molto più interessata a mantenere la sua area di influenza nello spazio germanofono o nei paesi satellite: Repubblica Ceca, Austria, stati Baltici, anche Polonia, che, come ha ricordato di recente il primo ministro, guarda molto più a Berlino. Macron quindi in questo momento non ha tanti stati dalla sua parte.

Anche l’Italia in questo momento è un po’ traballante…

L’Italia da un lato è traballante, dall’altro ha grande difficoltà a definire cosa sia il suo interesse nazionale. Poi c’è da dire che Macron nei confronti dell’Italia non è stato particolarmente dolce: appena ha visto che c’erano dei punti di debolezza li ha subito sfruttati a suo vantaggio. In questo lo vedo molto fedele a una cosa che diceva De Gaulle: gli stati non hanno alleati ma hanno interessi, e questa cosa si declina moltissimo nelle relazioni internazionali, dove la Francia gioca da sola. Dialoga con Washington perché si vuole alla pari degli Stati Uniti (cosa che ovviamente non è ma che ai francesi piace pensare), mentre in Europa è isolata. Macron pensava che ci sarebbe stato un grande movimento di opinione pubblica europea dietro di lui, che probabilmente c’è stato per un mese dopo la sua elezione, ma poi siamo tutti tornati a guardare dentro i nostri confini.

C’è una vignetta dell’Opinion, che Francesco ha inserito nell’ultimo numero della newsletter, che racconta alla perfezione l’isolamento europeo di Macron:

“Vai avanti, noi arriviamo”

Per il momento è così. Non è detto che le cose non cambieranno, per ora diciamo che Macron non si aspettava fosse così complicato fare dei piccolissimi passi avanti in Europa.

Come si lega il progetto europeista di Macron con la difesa della sovranità nazionale francese?

A Epinal (cittadina della Francia orientale dove Macron ha lanciato le sue “consultazioni cittadine” sull’Europa in vista delle elezioni europee del 2019) a un certo punto c’è stato un simpatico siparietto, probabilmente anche un po’ preparato, che secondo me spiega benissimo la sua posizione. Quando un bambino di 10 anni gli ha chiesto quando avremo una carta d’identità europea, lui gli ha risposto che probabilmente ce l’avremo ma anche che non sostituirà la carta d’identità nazionale, perché pensa che gli stati non si diluiranno nell’Unione e le differenze nazionali continueranno a esistere e ci saranno sempre. Su questo tra l’altro sono abbastanza d’accordo, secondo me è azzardato dire che gli stati nazionali sono morti, non può pensarlo nessuno che abbia un po’ di senso storico. Lo stato nazione è ancora l’attore principale delle relazioni internazionali e delle politiche interne. È vero che la maggior parte delle regole vengono fatte a Bruxelles come diciamo sempre, ma in realtà sulla vita delle persone impatta ancora molto lo stato nazionale, che è un centro di interessi molto forte. Io non vedo la crisi dello stato nazionale, anzi mi sembra in rimonta.

La risposta di Macron al bambino di Epinal non può essere stata dettata anche dal fatto che alle ultime elezioni, comunque, circa metà dell’elettorato al primo turno ha votato partiti euroscettici, tra Le Pen, Mélenchon e altri?

Si, ma quello è un tipo di elettorato che lui non recupererà mai, almeno al primo turno. Non ci si rivolge, non gli interessa nemmeno. Forse ha voluto dissipare un dubbio che poteva esserci: lui non ha mai parlato di Stati Uniti d’Europa, cosa che a un certo punto ha detto Renzi, tra l’altro come al solito senza sapere cosa stesse dicendo. Quella frase non è quindi un cambiamento di posizione, ma un chiarimento utile per farci capire meglio cosa pensa.

A questo proposito, non pensi che Macron sia stato un po’ frainteso dagli “euro-entusiasti” italiani e di altri paesi europei, che hanno visto in lui qualcosa che in realtà non è mai stato? Che non si sia, in altre parole, compreso il suo europeismo “alla francese”?

Io penso che quando diciamo “Stati Uniti d’Europa” noi non ci conosciamo. La verità profonda è questa. In generale, nonostante gli Erasmus, c’è pochissima conoscenza di come ragionino i vari europei. Se chiedi a cinque cittadini di paesi diversi cosa vuol dire Europa, ammesso che sappiano rispondere, ti rispondono cinque cose diverse. Ognuno ci proietta quelle che sono le sue inconsce acquisizioni della sua cultura nazionale, questo è indubbio. Macron non ha mai detto Stati Uniti d’Europa e si, è stato frainteso nel senso che nessuno si è mai soffermato un momento per chiedersi cosa voglia dire l’europeismo per i francesi. Per questo nell’ultima newsletter ho voluto mettere quel passaggio di René Girault, che spiega come per i francesi l’Europa non sia un sogno utopistico come può sembrare in Italia, ma un progetto che serve concretamente i loro interessi nazionali. Anche l’Euro nasce su idea dei francesi per ingabbiare i tedeschi, cosa che evidentemente non gli è riuscita, ma per loro l’Europa è questo.

Il passaggio di cui parla Francesco è tratto dalla prefazione a L’Europe des Fraçais di Gérard Bossuat, e recita così:

Gli attori politici francesi della Quarta Repubblica [il regime di repubblica parlamentare in vigore in Francia dal 1945 al 1958] non obbediscono a un ideale europeo, a delle concezioni di insieme prestabilite, ma ai forti condizionamenti del loro tempo: “Questo passo decisivo verso l’Europa comunitaria è influenzato più dalla spinta della necessità che da un’inclinazione naturale. Non c’è alcun grande disegno europeo utopico nei governanti francesi”, scrive Gérard Bossuat. Secondo Bossuat i politici e gli alti funzionari tentano di trovare nell’Europa delle soluzioni parziali, successive e pratiche, capaci di rispondere a tre imperativi superiori: la sicurezza, il rango, l’ideale. Delle soluzioni europee potevano in effetti ridare un rango alla Francia procurandole un accrescimento di potenza rispetto alle superpotenze; potevano soddisfare un ideale nazionale di indipendenza. Il volontarismo pro europeo dei francesi nascondeva dunque un adattamento abile alle minacce dell’epoca: entrare nella corazza europea per salvaguardare meglio gli interessi nazionali? Perché no.

Macron anche quando genuinamente dice di essere europeista non abbandona, e non potrebbe essere altrimenti, il prisma francese: l’est Europa per esempio non lo considera, non è nella sfera di Parigi. Certo ci sono delle brigate francesi con la Nato al confine con la Russia, ma la zona d’influenza francese è il bacino del Mediterraneo, l’Africa dell’ovest, il Libano e tutta quella parte costiera del medio oriente e chiaramente il Golfo, dove i francesi hanno interessi enormi. Però è un modo francese di vedere l’Europa, molto particolare. Macron non è in questo tanto diverso dagli europeisti classici francesi.

Macron ha vestito un po’ la doppia veste di argine e rottamatore del sistema francese. Quale dei due aspetti è prevalente?

Dipende cosa si intende per “sistema”. Dal punto di vista del sistema politico ha fatto saltare in aria i partiti tradizionali che si sono contesi il potere per 50 anni, che bisogna dire c’hanno messo molto del loro. Questa è la sua parte di rottamatore, come il fatto che la maggior parte dei suoi deputati sono persone che non hanno storia politica, non tutti ma penso che l’ampia maggioranza non sia mai stata eletta a niente. È anche vero che è riuscito a fondare un movimento politico praticamente da solo (quando lancia En Marche nell’aprile 2016, ancora da ministro dell’economia, aveva 2 deputati con sé), poi però è stato seguito da gran parte dell’establishment. Infatti, per quanto riguarda il sistema più sostanziale, Macron è il perfetto continuatore del sistema dell’élite francese, ha impedito che fosse spazzata via da Mélenchon o da Marine Le Pen. Se guardi il suo governo ci sono personaggi molto “antichi” come Bruno Le Maire, che era già stato ministro di Sarkozi ed è stato comunque una figura di primo piano dei repubblicani degli ultimi 15 anni o il ministro degli esteri Jean-Yves Le Drian, un vecchio barone socialista del nord che era già stato alla difesa con Hollande. Anche tutti gli altri membri del governo non sono giovani trentenni a parte due o tre che potrebbero essere paragonati al giglio magico di Renzi. Macron non ha portato una nuova generazione al potere, porta con sé una generazione molto eterogenea, che spazia dai 60 ai 40 anni, di persone unite dal fatto di volere portare avanti la sua politica. Lo stesso primo ministro Edouard Philippe, che ha 47 anni, è stato sindaco per 10 anni, portavoce di Alain Juppé, segretario generale dell’Ump, il partito di centrodestra che c’era prima dei repubblicani, è uno che ha fatto politica tutta la vita. Quindi in realtà da questo punto di vista Macron non è la rottamazione, anzi è la continuazione del sistema, un sistema che effettivamente funziona tra l’altro.

Un’evoluzione del sistema si può dire…

Si, un’evoluzione. Lui ha cambiato alcuni modi di fare, per esempio il fatto che la maggior parte dei ministri siano dei tecnici, cosa che ha il limite che quando devono esprimersi sulle riforme che stanno facendo vanno nel panico, scompaiono dalla scena politica perché non sanno fare un dibattito che vada al di là delle loro competenze specifiche tecniche. Nonostante questo, Macron l’ha voluto fare perché probabilmente voleva depoliticizzare alcune riforme, con alcune ci è riuscito e altre no. Con quella dell’università gli è riuscito piuttosto male perché alla fine l’hanno politicizzata lo stesso, ma il ministro dell’università non è un esponente di En Marche. Stessa cosa per la riforma del lavoro, la cosa più politica che c’è, affidata a una tecnica per “sminare” il terreno. Se l’avesse fatta fare, per esempio, a un ex di Sarkozi si sarebbe “colorata”.

A questo proposito, la legge sul lavoro dell’anno scorso, che in un certo senso va a completare un percorso già iniziato con Hollande quando Macron era ministro dell’economia, ma forse ancor di più quella delle ferrovie delle ultime settimane stanno creando uno scontro abbastanza duro tra Macron e i sindacati, come raccontavi qualche newsletter fa. Chi sta vincendo questo braccio di ferro, almeno a livello di opinione pubblica?

La maggior parte dei francesi è d’accordo con la riforma, tutti i sondaggi lo dicono. Gli scioperi oggi sono meno partecipati, anche perché dopo un mese e mezzo è difficile continuare a scioperare ogni tre giorni. D’altro canto però i francesi credono che il governo debba trovare una soluzione, perché non si può andare avanti così, quindi l’opinione pubblica è un po’ divisa. Per ora non c’è stato un affondo da una parte o dall’altra: la riforma è abbastanza sostenuta però c’è anche una certa solidarietà nei confronti dei ferrovieri. Certo Macron si gioca abbastanza perché se facesse un passo indietro su questa riforma la sua immagine di riformatore ne uscirebbe intaccata, ma non mi sembra questo il caso anche perché l’assemblea nazionale l’ha approvata la settimana scorsa.

Credits La Tribune

Macron deve temere di più questo tipo di opposizione o quello di altre forze politiche da destra o da sinistra? Durante la campagna elettorale questo scenario (due formazione estreme a destra e sinistra e lui in mezzo) gli è stato congegnale. C’è ora una forza politica che può creargli dei problemi, delle difficoltà?

Al momento no, non c’è nessuno in grado di contendergli lo spazio politico dal punto di vista tradizionale. Ci sono delle proteste, dei movimenti sociali antagonisti che però non trovano uno sbocco politico. Per adesso la contestazione è sociale o intellettuale, i progressisti sono abbastanza critici soprattutto con la legge sul lavoro. Ci sono movimenti sociali che non trovano e probabilmente non vogliono appoggi dalla politica tradizionale.

Restando dalle parti delle opposizioni: il partito socialista è diventato un po’ il simbolo della crisi della socialdemocrazia europea, come anni fa il Pasok in Grecia. Mi sorprende che il gruppo parlamentare nemmeno porti il nome dei socialisti (si chiama Nouvelle Gauche) quasi a volersi nascondere. Si sta muovendo qualcosa da quelle parti?

No.

Non c’è molto da aggiungere, hanno venduto la sede perché non ce la facevano con i soldi. Sono assolutamente irrilevanti dal punto di vista del dibattito pubblico, hanno eletto un nuovo segretario che secondo me non lo conoscono nemmeno gli iscritti. Ovviamente esagero, ma il partito socialista in questo momento è irrilevante. Per come si è strutturata la politica francese, con questa grande sinistra inglobata da Mélenchon, che porta avanti una sorta di radicalità, e un centro/ centrodestra portato avanti da Macron lo spazio è molto poco.

L’attuale segretario dei socialisti francesi si chiama Olivier Faure, ed è stato eletto lo scorso 7 aprile. Ammetto di essermi fatto aiutare da Wikipedia.

Restando sul piano interno, che effetto hanno avuto le parole di Macron ai vescovi in un Paese laico come la Francia? È stata solo un’operazione di marketing politico o c’è qualcosa di più dietro?

Devo ammettere di non aver sentito il discorso per intero, ho letto solo cose parziali e ho anche l’impressione che sia stato frainteso. So che Macron ha un rapporto molto diverso dai suoi predecessori con la religione in generale, nel senso che è molto convinto che esista una spiritualità importante da parte delle persone e lui stesso vive questa dimensione, per quanto non credo sia credente. La sua idea della legge sulla laicità è che lo Stato è laico ma la società no. Per questo motivo in un passaggio dell’intervista televisiva che ha fatto domenica 15 aprile con i giornalisti Bourdin e Plenel (un evento molto seguito in Francia ndr) ha detto che non lo scandalizza il fatto che alcune donne possano portare il velo, dopodiché il funzionario pubblico non può portarlo in orario di lavoro, così come non può portare una kippah o una croce in vista. Però per adesso non si è mai espresso compiutamente su cosa voglia dire l’Islam per la legge del 1905 e in generale per il rapporto con la laicità che ha la Francia e che hanno i francesi. Non lo fa perché è un tema complicato per cui ci vuole tempo. Probabilmente sta cercando un angolo che ancora non ha trovato.

Invece, per quanto riguarda l’azione internazionale, Macron nelle ultime settimane è stato un protagonista, e c’è chi vede in questo protagonismo un modo per svicolare dalle difficoltà in Europa e in casa propria…

No, è una lettura inesatta e ignorante della situazione francese, non è al punto di dover fare la guerra per le difficoltà sulle riforme. Macron è da quando è stato eletto che mostra un grande attivismo sul piano internazionale, tema su cui tra l’altro è investito pienamente. Il presidente francese storicamente si è sempre occupato moltissimo degli affari internazionali, molto più di quelli interni, cosa che spetta al primo ministro. Ho scritto anche una newsletter per spiegare come funziona la coppia dell’esecutivo. Il presidente proietta la Francia nella sua dimensione universale. Gli esteri e gli interni vengono poi comunque decisi all’Eliseo (in questo Macron è molto verticale e verticistico) però non fa delle cose in politica estera per coprire le proprie difficoltà. Sono due dossier complementari. Il presidente, per dire quale tipo di potere abbia sugli affari internazionali, può fare azioni militare per 4 mesi prima di avere il consenso del parlamento.

Cosa c’è dietro all’appoggio all’attacco statunitense in Siria?

I francesi sono da mesi che parlano di fare uno strike in caso di uso di armi chimiche da parte del regime di Assad. Già nel 2013 con Hollande la Francia era su una linea interventista, poi alla fine l’America li lasciò da soli. Gran parte dei piani dello stato maggiore francese in queste settimane prevedevano anche la possibilità di andare da soli. Macron ha fatto grandi pressioni su Trump per portarlo a fare questo attacco. La Francia non ha seguito gli Stati Uniti, anzi li ha convinti a venirle dietro. Ovviamente gli Stati Uniti non hanno bisogno di farsi convincere dalla Francia per agire, ma all’inizio Trump voleva prendere un po’ di tempo, mentre Macron ha accelerato la situazione.

Quindi quando Macron disse di aver convinto Trump durante la famosa intervista con Bourdin e Plenel non ha detto una cosa lontana dalla realtà?

Si, lui ci gioca un po’, ma l’ha riportato anche il New York Times pochi giorni dopo lo strike: l’Eliseo sta facendo grandissime pressioni sulla Casa Bianca per andare fino in fondo diciamo.

Anche se la cosa non è stata presa benissimo dagli Usa

Ovviamente no perché il presidente americano non può far passare il messaggio che fa quello che gli dice quello francese, che spende un ventesimo di quello che spende lui per gli armamenti. Da questo punto di vista, i rapporti di forza non esistono nemmeno.

Tra Macron e Trump sembra esserci un’intesa molto forte, nonostante Macron fosse visto quasi come un “anti-Trump”. Che tipo di intesa è?

Come ti ho detto prima, non esistono alleati o amici ma interessi.

Credits Wikimedia Commons

Un’ultima cosa prima di lasciarci: l’ex primo ministro di Hollande Manuel Valls candidato sindaco a Barcellona. Quanto c’è di vero?

Ha detto che ci sta pensando, sarebbe molto divertente se fosse vero. Lui è catalano, è nato a Barcellona e parla catalano e spagnolo perfettamente. È onnipresente sui media dei due Paesi perché è l’unico modo che ha per sopravvivere politicamente. La mattina è alla tv spagnola, a pranzo quella catalana e al pomeriggio quella francese. Ha fatto un discorso in piazza molto appassionato durante la manifestazione per l’unità spagnola in catalano. Penso sia anche abbastanza stimato in Catalogna.

Tempi matti.

Cosa ne pensi?

Se hai considerazioni e pensieri o vuoi segnalare errori/imprecisioni presenti in questo articolo, scrivilo nei commenti.

Condividi!

Se questo articolo ti è stato utile per capire meglio qualcosa o ti è piaciuto, condividilo sui social o consiglialo a un amico, potrebbe essere utile o piacere anche a qualcun altro!

Classe 1992, genovese emigrato a Milano, giornalista praticante ed eterno studente. Appassionato di politica più di quanto sia sano esserlo, su questo blog cerco di raccontarla per come la capisco io.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *